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Le fate di primavera: quanto è importante la fantasia?

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Le fate di primavera

Maggio a Corvino è una stagione speciale. E’ già estate, ma non fa caldissimo. Piove, ma non per lunghe ore. La terra è ricca di frutti, ma non ruba molto tempo all’ozio. Gli abitanti di Corvino, si davano da fare con diverse attività. Ognuno preso dai sui trastulli, sveglio dopo mesi di letargo, passato a dormire nel caldo nido foderato di neve. Zì Donato intagliava donnine di legno, a cui accennava solo seni e fianchi larghi, fecondi. Sedeva davanti alla porta di casa, accomodato sulla sedia impagliata e con sguardo grave si dedicava al lavoro di scalfitura, del dolce ramo d’abete. ‘Milia faceva andare la giornata, oltre che con le solite faccende, esponendo al sole i materassi e le trapunte. Li posava su un lenzuolo steso a terra e con un battiscopa di legno, scuoteva polvere ed acari. Innocente invece intrecciava cestinelle, in previsione della raccolta della frutta, del granturco, dei pomodori.

Anche per i bambini, la primavera era un tempo propizio. Si stava di più all’aperto, c’erano diversi giochi da fare e scoperte lasciate a metà dall’autunno passato, che chiedevano una degna conclusione o un’affascinante seguito. Le bambine in particolare attendevano la primavera, perché la prima domenica di vero sole, dopo essere saliti tutti insieme in paese all’alba, per assistere alla messa, riscendevano impazienti a Corvino, dove presi i capezzali, si accingevano a dare inizio alle cucinelle. Le cucinelle erano una sorta di pic nic per ragazze, che si inoltravano verso una parte speciale del bosco e allestivano un pranzetto da sole, senza la supervisione dei grandi, libere per un giorno di fare ciò che desideravano. O almeno questa era l’impressione che esse avevano.

Nei loro cestini uova sode e uova fresche, salsicce sott’olio, pagnottine di pane di polenta, confetture preparate la passata estate, barrette di cioccolato e mele selvatiche. In più tovaglie e poche stoviglie, tanto alle cucinelle si mangiava con le mani. E più si sporcavano, più le faceva ridere.

Franca, Rosaria, Olga, Gabriella e Sandra, Pia, Lisetta, Graziella e tutte le altre donnine di Corvino. Una decina almeno di signorinelle urlanti e gioiose, che partivano con le braccia occupate da ceste e da sorelline più piccole, che avrebbero volentieri lasciato a casa. Ma la regola era o tutte o nessuna.

Il luogo designato per le cucinelle erano da sempre le Screje. Un versante della montagna davanti a Corvino, distante una mezzora di cammino dalle case, raggiungibile grazie ad un sentiero aperto nel fitto della foresta, rasente il pendio scosceso. Non pericoloso, ma avventuroso abbastanza per creare aspettative di gran divertimento nelle bambine. La stradina finiva davanti ad una parete di tufo scuro, una lastra ripida ma liscia di roccia vulcanica, che formava un largo spazio tra le piante su cui era possibile, malgrado la pendenza, camminare, giocare, distendersi e perché no, cucinare, anche se in realtà, si trattava solo di spartire il cibo.

Anche quel giorno magico di maggio, le ragazzine di Corvino partirono per le Screje. Il tragitto fu percorso di fretta, perché non vedevano l’ora di arrivare e giocare. Giunto sul posto, il gruppetto poggiò cesti e capezzali in un angolo e si divise i compiti. C’era chi stendeva coperte, chi preparava il pane ed il companatico, chi giocava con le bimbe più piccine. Quando il sole fu alto e caldo, riparate da cuffiette ricamate a mano, le giovani si disposero in cerchio ed iniziarono a mangiare di gusto, sporcandosi e tirandosi molliche di pane, giocando per un giorno l’anno, anche durante il pasto. Se i genitori le avessero viste si sarebbero arrabbiati molto, ma lì, protette dal bosco antico, erano nel loro regno fatato dove tutto è possibile.

Terminato il pranzo, mentre qualcuna riponeva gli avanzi, qualche altra sistemava giacigli sotto le piante secolari, poste al limitare delle Screje. Con le coperte e gli strofinacci si facevano cuscini per far riposare le bimbe piccole. Allora canti dolci e cantilenanti si alzavano al cielo, dove un sole splendente scaldava i corpi giovani, attaccando i riccioli leggeri alle fronti sudate. Quel giorno, quando le piccoline furono addormentate, adagiate all’ombra, le sorelle si disposero disordinatamente intorno. Chi sul prato, chi a raccogliere fiori, chi rannicchiata tra l’erba odorosa. Piano piano, con voci che erano appena sussurri, una di loro iniziò a raccontare e le api ronzavano rispettose…

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“Ma voi la sapete la storia delle fate di primavera?”. Scossa dal torpore del meriggio qualcuna rispose di si, un’altra di no, così Rosaria, che aveva posto la domanda iniziò. Modulò la voce, per essere chiara mantenendo un tono pacato, per non svegliare le bimbe addormentate accanto a loro. Ma ugualmente la sua storia riuscì ad attirare l’attenzione delle amiche rimaste sveglie. Rosaria detta Sarò, raccontò delle fate dei boschi, bellissime ragazze, quasi loro coetanee, che a primavera uscivano dal “letargo” magico in cui cadevano, per superare i gelidi inverni. Erano creature troppo delicate per sopportare il freddo. Avevano sembianze umane, ma a guardarle bene, con occhio avvezzo, ci si rendeva conto di non avere davanti normali esseri terreni. Suo padre Innocente ad esempio, montanaro esperto, ne aveva incontrate decine di ragazze nei boschi in quel periodo e, dai racconti origliati la sera davanti al camino, Sarò sapeva che in esse il padre aveva riconosciuto delle fate.

Le fate ti si paravano davanti quando meno te lo aspettavi, spuntavano come misere ragazze sperdute, viaggiatrici che avevano smarrito la strada, sempre bisognose di soccorso, per attirare i passanti e arrivare a derubarli. Si spassavano tanto a fare gli scherzi e i dispetti, perché in realtà erano solo bambine annoiate della vita sempre uguale, che conducevano nella foresta. Non si stancavano mai di ridere e il loro bersaglio preferito erano gli uomini. Le fate erano particolarmente seducenti, con la pelle fresca e luminosa, che sprigionava un chiarore diverso dall’usuale, di sana vitalità. Avevano capelli lunghi e sciolti, mossi e intrecciati con i fiori. Ma il loro tratto inconfondibile erano gli occhi. Brillavano di un’energia unica e singolare, che solo chi ride spesso e sogna molto, ha.

Con le loro vocine lusingatrici, accostavano soprattutto chi camminava solo e affiancandolo per un po’ sul sentiero, narravano sfortune inventate, singhiozzavano e si lamentavano dell’avverso fato. Anche fiutando che fossero fate, era impossibile resistere perché la grazia e la loro dolcezza erano come miele per gli esseri umani. E nel frattempo che lo sventurato cercava parole buone per confortarle, le fate ripulivano la sporta da forme di cacio o fiaschetti di vino. Raggiunto lo scopo, si allontanavano pronte senza dar spiegazione, lasciando solo come scia, risate argentine.

Le nonne di Corvino sostenevano che l’unico rimedio per non incontrare fate birichine a primavera, era mettere al polso un nastro rosso con appeso un campanellino d’argento. Era un ottimo antidoto, perché le fate era assai seccate dal suono del ninnolo, che ricordava loro il gocciolio delle piogge invernali, messaggere dell’inverno, che le riportava ogni anno sotto terra, per il loro lungo sonno sterile. Così sentito il campanellino, fuggivano lontane, verso il sole e i fiori.

Non erano esseri malvagi, ma solo infantili e impazienti di giocare, di non crescere mai e vivere cantando. I loro versi, alquanto rari da ascoltare, erano udibili solo nelle notti calde, rincorrendo una nuvoletta di lucciole banche, che avrebbe potuto indicare il rifugio delle fate, che adoravano riposare vicino al ruscello, sotto i vinchi.

Le fate erano però particolarmente moleste con le bambine, perché erano invidiose della loro bellezza e del fatto che d’inverno non venivano isolate, ma potevano giocare anche con la neve, che loro non avevano mai visto. Quando scorgevano una ragazzina, nascoste tra in rami di un albero, le soffiavano sul collo, o le gridavano nelle orecchie. Per poi sparire agili tra le foglie. Le povere fanciulle terrorizzate scappavano a chiudersi in casa, mentre le fatine ridevano con le gambe all’aria.

Tra queste leggende, il tempo era passato in fretta, il giorno delle cucinelle. Sarò aveva finito di rivelare i segreti delle fate. Parte del gruppo dormiva, le altre ragazze rimaste ad ascoltare erano mute. Si era levato un venticello morbido, il sole era offuscato da nubi lattee. Il silenzio, rotto solo dal frusciare del fogliame, faceva venire la pelle d’oca. Le ragazze di Corvino si guardarono. Fu Sarò di nuovo a spezzare il silenzio. “Mi sa che è ora di tornare a Corvino” e dicendolo battè le mani, per sospendere l’incantesimo creato dalla sua storia.

Le sorelle la imitarono, le cugine anche e in pochi minuti furono tutte sveglie e in piedi. Si risistemarono i bagagli in spalla e attraversarono le Screje. Attente a non scivolare giù nel dirupo, si tenevano per mano, formando una catena. Tra le più piccole, Franchetta voleva camminare da sola, rischiando di ruzzolare nel fosso. Allora Olga per farla intimorire, prese un frammento di tufo grande come una mano e la gettò nel vuoto, per far capire alla sorella, la fine che avrebbe fatto camminando senza sostegno. Il sasso rotolò giù e dopo pochi secondi finì la corsa, ma il tonfo fu seguito da uno strano grido e da un fischio orrendamente acuto. Le ragazze si scrutarono, qualche bimba iniziò a lamentarsi. Di gran lena ripresero il cammino, trottando verso casa, un po’ tese ma eccitate da quel nuovo mistero, che quei suoni avevano stimolato nelle loro menti fervide. Erano sicuramente le fate di primavera, fu la sentenza  a cui giunsero tutte insieme nei loro cuori.

Ma non sapevano in realtà, che Innocente le aveva raggiunte, nascondendosi sul crinale superiore tra i faggi e che le osservava da un bel po’ di tempo, per sincerarsi che stessero al sicuro. Aveva spiato i loro racconti e così gli era venuto in mente di spaventarle un po’. Non per crudeltà no, ma perché era un bel modo per farle tornare a casa presto, mantenendo viva la favola nella loro fantasia fiduciosa, non sapendo certamente di essere loro, le fatine che colmavano di risate, la primavera di Corvino.

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