Tales

Chi ha paura dei serpenti?

Una volta la maestra si spostava per insegnare laddove erano i bambini. A Corvino, risiedeva per l’intero anno scolastico nel bosco con gli abitanti del posto. In questo racconto umoristico de I Racconti di Corvino , le avventure della maestra Leda alle prese con la vita di montagna.

Aggiornamento delle ore 11.32 – Appena pubblicato il post squilla il telefono. Dopo anni di silenzio, era la maestra Leda. Poi dicono che la magia non esiste.

La cravatta del signor Umberto

Un elicottero sospende il suo volo mantenendosi in quota sopra il Parco Nazionale. Qualche manovra e la rete attaccata sotto la pancia del velivolo si apre, lasciando cadere una colonia di vipere nei boschi intorno a Corvino. Da anni ormai l’ecosistema ha perso il suo equilibrio, per ripristinare la fauna naturale, la Forestale ripopola la zona con lupi, uccelli e rettili.

Ma Corvino non è sempre stata così. Per secoli le bestie sono state sovrane e anche quando la famiglia di Innocente e i suoi avi si sono stabiliti tra quei monti, gli animali non sono mai mancati, perché il ciclo della vita è sempre stato rispettato. L’animale grande uccide l’animale piccolo, solo per la sopravvivenza. E questo valeva anche per gli uomini. Nel bosco c’era posto per tutti, vipere comprese.

Gli abitanti di Corvino e anche Innocente lo sapevano bene, come conoscevano l’utilità dei rettili nella catena alimentare. Non bisognava uccidere le vipere, questo no, ma stargli alla larga ed evitare di provocarle. Innocente indossava sempre alti scarponi chiodati e calze di lana pesante durante le escursioni. Spesso anche d’estate, rimboccando i calzoni negli stivali, camminava tranquillo tra le pietraie. Per le donne e i bambini, che indossavano calzoncini e gonne, Innocente costruiva bastoni robusti e lunghi da usare durante le passeggiate, per fare rumore tra le foglie e scacciare le vipere presenti nei paraggi. Ma mai, assolutamente per rivoltare pietre o rocce sotto cui il rettile poteva nascondere la sua tana. Dal primo sole di marzo alle piogge settembrine, tutti stavano attenti a non essere morsicati dal velenoso animale.

In verità non era facile incontrarle, bastava un piccolo rumore perché fuggissero. Le vipere non sono animali particolarmente aggressivi, a meno che non si trovino direttamente a contatto con un possibile pericolo. Magari ti tagliano la strada strisciando veloci, giusto il tempo di percepire il rischio, quando ormai esso è passato. Questo a Corvino era noto, così anche i bambini sapevano come evitare brutte avventure, che in posto remoto come quello potevano diventare letali. Solo ‘Milia a dir la verità, la moglie di Innocente, temeva molto i rettili, anche le bisce, ma soprattutto le vipere. La sua era una specie di fobia, una repulsione totale per quell’animale, che anche in sogno non faceva altro che portare sventure. Probabilmente la cosa era dovuta ad un episodio della sua infanzia, quando suo cugino Giovanni era stato morsicato alla caviglia mentre tornava scalzo dal torrente. Era corso a casa subito, ma appena giunto a Laturo aveva giusto fatto in tempo a chiedere aiuto, che aveva perso i sensi. Era accorso il papà di ‘Milia e prontamente aveva estratto il coltello dal fodero che aveva in vita, l’aveva bagnato con del vino cotto portato in fretta da un vicino e aveva inciso senza esitazione la pelle di Giovanni, tracciando un triangolo in torno al morso. Aveva succhiato il sangue, mentre il ragazzo si riprendeva lentamente, sputandolo lontano sulla strada bianca del paese. ‘Milia aveva assistito al fatto spaventata e turbata dal viso di Giovanni, tirato e quasi reso verde dal dolore. Al ragazzo era venuta un po’ di febbre, ma alla fine era guarito. Era un giovane forte e il veleno non era bastato per sopraffarlo. Ma ‘Milia non dimenticò mai quella sensazione di panico, la percezione di avere sangue amaro in bocca e veleno nelle vene. Pensò che se fosse capitato a lei piccola com’era, magra e minuta, sarebbe certamente morta.

Da quella volta portava quasi sempre calze di lana non filata, fatte ai ferri, quando camminava nel bosco, se andava alla fonte a lavare i panni o se lavorava nell’orto, come spesso accadeva. Le toglieva solo se restava intorno casa, per infilarle subito quando scendeva nel fondachetto a prendere la legna per il camino, perché pensava che una vipera potesse annidarsi anche nella catasta del legname.

Portava sempre le calze per fortuna, anche quel giorno in cui tornava dall’orto con la cesta in testa piena di lattuga. Risalita la stradina di terra battuta che conduceva alla casa, ‘Milia si fermò sotto il fico, poggiò la cesta sulla panca di legno e si asciugò il sudore con il fazzoletto di cotone rosa che portava sempre in tasca. Fu un lampo. Si girò verso la stalla dove sulla soglia pascolava la capretta da latte chiamata Neve, che tenevano per nutrire i bambini più piccoli di Corvino. Il povero animale belava senza sosta, mentre sotto di lui, attaccata alla mammella gonfia di latte, una vipera succhiava famelica e ingorda. Il rettile era quasi tondo per la gran quantità di latte ingerita, la pelle era bianca e sottile, trasparente. Le squame non più visibili erano appiattite dal rigonfiamento causato dal latte, che tirava la pelle dell’animale. Non era più lungo di trenta centimetri, con le fauci appese al capezzolo della capretta, beveva insaziabile, mentre rivoli di latte scendevano lungo il suo corpo viscido e turgido. Un’incontenibile spettacolo della natura, raccapricciante e straordinario allo stesso tempo. ‘Milia restò impietrita, lanciò solo un urlo flebile e si portò le mani alla bocca. Innocente passò accanto a lei in quell’istante, tornando dalla Ruota, girò il viso verso ‘Milia che le indicò la stalla. La furia salì istantanea. Innocente corse a prendere la zappa, primo arnese che gli era capitato alla vista e con un colpo secco ma ben mirato, staccò la coda alla vipera. Neve fece un salto spaventata, continuando a belare. La vipera iniziò a muoversi isterica, con scatti istintivi, allentò un po’ la presa e cadde in terra. Innocente scanzò la capra e iniziò a battere la pala a terra, cercando di colpire la serpe. Uno, due, dieci volte, finchè non fu certo di averla disfatta. Era furente, lanciò lontano l’attrezzo e coprì i resti della vipera con della terra. ‘Milia era rimasta in disparte, le mani ancora a coprirsi il viso, gli occhi lucidi per lo spavento, ma anche per il dispiacere. Sapeva bene cosa stava per fare Innocente. Il marito tornò dopo qualche minuto, con il fucile spianato. Con una sola mano mise un cappio intorno al collo della capra e la spinse verso il sentiero nel bosco. Uno scoppio risuonò nell’aria calda. Qualche uccello volò via dai rami. Era tutto finito, restava solo la rabbia per aver perso un animale così prezioso, che doveva per forza essere abbattuto e sepolto, per non correre il rischio di dover ingerire latte o carne avvelenata.  I bambini, quando la sera a cena sentirono il racconto che il padre faceva a suo fratello Donato, non si impaurirono, anzi l’avventura li eccitò, finché con il sonno, non sopraggiunse il dispiacere di non avere più Neve per i loro giochi.

Tutto questo la signorina Leda non lo sapeva, altrimenti si sarebbe guardata bene nel rischiare di fare, la stessa fine della capretta Neve. Leda Di Stefano era la maestra di Corvino. Essendo il borgo troppo lontano dal paese, per mandare ogni mattina i bambini a scuola, gli abitanti aveva deciso di prendere una maestra a casa. Così ogni anno un insegnante scendeva a Corvino e restava circa sei mesi a fare scuola a una ventina tra bambini e ragazzi, di cui solo una piccola parte avrebbe preso la licenza elementare. Mai nessuno tra gli insegnanti, era tornato per due anni consecutivi. Non a causa dell’accoglienza ma per la vita spartana condotta tra le montagne. Vitto e alloggio erano ottimi, trattamento familiare ma di gran rispetto. Il lavoro era poco, solo la mattina, il pomeriggio era libero per salire a Leofara, leggere, preparare la lezione del giorno dopo, correggere i compiti o passeggiare nel bosco. Quest’ultima attività era la preferita della signorina Leda, che veniva dalla città ed era perciò affascinata dalla natura, dalle continue rivelazioni che le facevano i dintorni di Corvino e dalle cose che imparava non solo dagli adulti del posto, ma anche dai suoi alunni, che di vita selvaggia ne sapevano molto più di lei.

Il giorno in cui decise, come spesso accadeva, di fare una passeggiata verso la Ruota per rinfrescarsi i piedi e il viso nella ghiacciata sorgente naturale, era una caldissima giornata di primavera. Da ottobre viveva a Corvino, quindi si sentiva abbastanza tranquilla da uscire da sola. Prese il bastone come le aveva insegnato Innocente e partì serena. Arrivò facilmente al ruscello, si bagnò, bevve un po’ d’acqua e tornò indietro quasi subito. Quando stava ormai percorrendo la salita che portava a Corvino, qualcosa sopra una siepe di rovo attirò la sua attenzione. Era una donna curiosa con poco senso del pericolo, quindi si avvicinò senza indugio. Stesa sopra l’arbusto e seccata dal sole c’era la pelle di una vipera. La prese subito in mano e la lisciò, era asciutta ma morbida, di colore bianco ghiaccio con le squame striate color nocciola. Era la muta invernale di un rettile uscito dal letargo, che aiutandosi con le spine del pruno si era svestita, scoprendo la pelle estiva. La signorina Leda pensò subito che era lunga abbastanza per diventare una bellissima e preziosa cravatta per il suo fidanzato Umberto, che non vedeva da Natale e che tra qualche settimana sarebbe salito a Corvino per portarla a casa per le vacanze estive. Non sarebbe tornata a Corvino l’anno seguente, perché in autunno avrebbe sposato Umberto e sarebbero rimasti a vivere in città, dove lui aveva uno studio medico. Quella pelle di vipera era un souvenir esotico ed originale, pegno del suo amore per il sacrificio che Umberto aveva fatto stando lontano da lei per tutti quei mesi, mentre faceva l’esperienza di insegnamento a cui teneva molto. Mentre pensava a chi potesse lavorarla per renderla adatta ad essere indossata, la signorina Leda riprese a camminare verso Corvino. Saltellava tenendo in una mano il bastone e dall’altra la pelle dell’animale, intatta e ondeggiante, arrotolata sull’indice.

Giunta ormai in cima alla salita del borgo si fermò per riprendere fiato. In fondo alla strada si intravedeva Innocente, intento ad affilare dei coltelli, seduto su uno sgabello ricavato da un tronco di quercia secolare, colpito la scorsa estate da un fulmine. La signorina Leda iniziò a gridare, per attirare l’attenzione dell’uomo, sventolava le braccia al cielo facendo delle smorfie simpatiche con il viso. Innocente sentì delle urla. Alzò lo sguardo e fissò con attenzione quella figura esile in cima alla salita. Riconobbe subito la maestra. Ma c’era qualcosa di insolito. Gridava e agitava le braccia. Si alzò per mettere a fuoco meglio l’immagine, quando si accorse che attaccata alla mano della donna, c’era una sagoma inconfondibile, quella di una serpe. Innocente balzò verso il fondachetto, dove afferrò l’accetta e si mise a correre verso la signorina Leda, che gli veniva incontro trottando contenta, con il viso arrossato dalla calura. Quando fu abbastanza vicino, Innocente alzò l’accetta e Leda, presa alla sprovvista, si fermò di colpo, lasciando cadere a terra bastone e cravatta. Il braccio di Innocente compì una parabola in aria, finché l’ascia non toccò il terreno conficcandosi nella ghiaia. L’uomo lasciò la presa, fissando con gli occhi iniettati di sangue la maestra, che attonita esclamò: “Signor Innocente, che si ammazzano così le mosche?”.

Innocente non rispose, si inginocchiò per osservare meglio la presunta serpe, che ora se ne stava immobile tra la ghiaia. La signorina Leda passò oltre, togliendogli di mano la pelle: “Grazie Innocente, non trova che sia una cravatta davvero di moda?”, e si allontanò lasciando Innocente, bastone e accetta, sulla salita polverosa che portava a Corvino.

La signorina Leda alla fine non si sposò quell’anno, né diede la cravatta al dottor Umberto, perché l’uomo si era fidanzato con un’altra donna nel frattempo, una sua paziente. La pelle di serpe rimase appesa ad un chiodo accanto al lavatoio per qualche mese, poi chissà chi la tolse. Innocente non rivolse la parola alla signorina fino alla sua partenza, quando la salutò augurandole buone vacanze. Ma il trenta di settembre, quando la vide scendere dal mulo, proveniente da Leofara, pronta ad iniziare un nuovo anno scolastico, ne fu felice. “Donna vanitosa, donna coraggiosa”, pensò Innocente sorridendo.

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