Tales

Cosa accadrà stanotte?

Per Halloween ripropongo il racconto del nonno e ringrazio quelli a cui è piaciuto.

Le streghe di Corvino

Rientrava Innocente al paese, con il postale delle quattro. Era stato in città, ad incassare la vendita degli ultimi marroni. Il viaggio era durato due ore, durante le quali aveva sonnecchiato scomodo sul sedile della corriera, a causa delle buche sulla strada. Era arrivato nella piazzetta di Leofara, che era già buio. Era tutto assonnato e intorpidito. Si strinse nel tabarro nero, mentre fiocchetti della prima neve d’autunno gli volteggiavano intorno. La piazzetta era deserta, la chiesa con il portale sprangato pareva abbandonata. Trovò l’asina grigio chiaro dove l’aveva lasciata, legata al cancello verdino dell’osteria di Compare Mario, dove entrò a salutare e si ristorò con un bicchiere di vino cotto e cantuccini alle mandorle. Giunsero quattro uomini per una partita a carte e per bere il caffè. I vapori caldi del locale, riscaldato dalla stufa a legna, lo invitavano a restare. Anche Compare Mario insisteva. “Resta ‘Nocè, resta. Che mò nevicherà di più, è buio e la notte prima dei Santi, nei castagni è pieno di streghe”.

“Non ci credo alle streghe Compà e poi voglio tornare a casa. Mi aspettano quattro figli, una moglie e un sacco di foglie per letto. Domani è festa e mi voglio svegliare a casa mia”.

Innocente salutò e uscì in strada. Mentre slegava la mula, questa scalciò nervosa. Innocente le passò una mano sulla groppa per rassicurarla. Il paese era silenzioso e buio, la luna quasi piena rischiarava solo i coppi irregolari dei tetti e i rivoli di fumo grigio che uscivano dai comignoli. Prese l’animale per la corda, che aveva annodata al collo e si avviò alla fontanella. La fece bere prima di andare. Li aspettavano tre chilometri nel bosco fitto, prima di arrivare a casa.

Mentre fissava l’asina che beveva, Innocente sentì un odore forte e acre pungergli le narici, ebbe un brivido. Qualcuno lo fissava. Si girò di scatto e trovò lì, alta davanti a lui, la Lonza. Bella e fiera, con i suoi lunghissimi capelli grigi, malgrado non fosse vecchia, sciolti sulle spalle a ciocche spettinate ma liscissime. Uno scialle logoro stretto al petto e occhi neri fiammeggianti. Sorrise appena, con un movimento teso delle labbra, che non mostrò nemmeno i denti.

“Ve ne andate a caccia di streghe Compare Nocè?”.

“Sì e sò fortunato, una l’ho già trovata”, rispose Innocente tirando via l’asina.

La Lonza lo fece passare, Innocente e l’animale le sfilarono dinanzi lenti mentre lei emetteva un suono tagliente con la bocca, un soffio, quasi uno schiocco. L’asina scalciò. Innocente tirò avanti e non si voltò più.

La Lonza era sempre stata eccentrica, da quando a sei anni la mamma l’aveva portata a Leofara da chissà dove e se n’era andata per sempre, abbandonandola nel confessionale della chiesa. Aveva vissuto con la perpetua a casa del prete, che veniva due volte a settimana a dire messa, la domenica e il mercoledì, più le feste comandate. La Lonza, nessuno si ricordava più come si chiamava davvero, a quattordici anni scappò dalla perpetua e lei ne fu felice, perché diceva che la faceva dannare. Andò a vivere nella stalla di Sabetta, la pazza del villaggio e solo con lei parlava veramente. Nessuno a Leofara ci capì mai nulla. Ora Sabetta era morta da vent’anni e la Lonza s’era presa la sua casa. Viveva coltivando un orto, popolare per le sue erbe benefiche. Talvolta le dava alle donne del paese, in cambio di panni o carne.

Innocente passava per la strada principale, tra le casette basse di pietra fredda. Pochi lumi accesi. Quasi fuori da Leofara, quando stava per entrare nelle sue proprietà, sentì lontano l’ululato di un lupo, poi due. Non si spaventò, al contrario ebbe la certezza di non essere solo e quasi si rassicurò. Non aveva lo schioppo con se, ma il coltello si, ben fermo nello stivale, sarebbe bastato. Passò lo sguardo nella stretta valle sottostante il burrone. Il sentiero che lo costeggiava, alla luce lunare pareva un nastro bianco infinito, che si snodava verso il cielo. Innocente abbracciò con gli occhi quei boschi secolari, i cari fianchi delle montagne che conosceva a memoria e che, da quando suo padre non c’era più erano suoi, doveva prendersene cura lui. Essere montanaro non era facile, ma non avrebbe voluto emigrare in città per niente al mondo, tranne che per i figli. Quando poi divennero sei e si ammalavano spesso, fu costretto a prendere un campo in affitto e vivere lontano da Corvino, alla periferia della città.

Iniziò la discesa verso casa, che era giù nella macchia al centro della valle. Non se ne vedeva il tetto se non all’ultimo tornante del sentiero, che era assai lontano. Ma l’emozione che ogni volta provava, dopo la lunga camminata, quando vedeva quel pezzo di casa nella selva, lo riempiva insieme di orgoglio e tenerezza. Una casa nel bosco, protetta dai rumori della guerra. La sua casa nel bosco, talmente sconosciuta che nessuno, per fortuna passava di lì per sbaglio. Figurarsi in una notte come quella.

Innocente prese a fischiare per farsi compagnia, ma l’aria gelida e immobile gli seccava le labbra. Si alzò il bavero del mantello fino al naso e cantò tra sé e sé. Intorno solo il suono dei suoi passi, attenti ma regolari e gli zoccoli dell’asina, che talvolta inciampava sull’acciottolato sconnesso dalle piogge. Ormai quasi a metà strada Innocente s’era abituato alla penombra del bosco. La luna mandava luce fioca, per via delle nubi cariche di nevischio che si andavano accumulando. Uscito dalle querce, su una radura dove il sentiero sgomitava in discesa, Innocente sbucò davanti al Fosso della Paura. Fermo immobile guardò davanti. “Mò dovrebbe succedere qualcosa”, pensò tra sé ed un brivido lo percorse lungo la schiena. Ma sorrise e si riscosse, proseguendo il cammino. Fece due passi e s’arrestò di sasso. La mula stranamente non reagì malgrado lo strattone, ma lui rimase vigile e incredulo. Sul bordo del Fosso della Paura, tra rovi e sterpi, una sagoma nera nera si muoveva lenta e funesta. Una macchia nel buio, che agitandosi nell’aria muta, gettava ombre, se possibile, ancora più scure. Innocente stava cedendo alla paura, in un secondo pensò alla moglie ‘Milia, alla Lonza, alle vecchie del paese, “andassero tutte all’inferno, ma forse avevano ragione sulle streghe”. Mise la mano al fianco, non aveva lo schioppo. Il coltello, forse l’avrebbe raggiunto là nello stivale, ma la figura nera lanciò un gemito acuto di dolore e dalle vesti, sbucarono due mani stecchite.

Innocente si avvicinò, tutto il sangue riprese a scorrergli nelle vene, tutto il sangue che non aveva perso in guerra pochi anni prima, tutto il sangue dei cinghiali che aveva scannato, tutto il sangue che gli scaldava l’anima e gli dava il coraggio per cui era conosciuto sul Monte. Lasciò le redini della mula, che tanto non si sarebbe mossa tant’era buio, si avvicinò silenzioso e vide che la sagoma nera apparteneva ad un essere umano, secco e grinzoso, che piangeva accanto ad un mucchietto di terra.

“’Ohe!”, urlò Innocente, senza essere visto.

L’uomo gridò atterrito, ma non smise di piangere.

“Allora che stai a fare?”, continuò Innocente.

Farfugliando l’uomo rispose, “Seppellisco mia moglie, morta di malocchio. Ho trovato un ciuffo di capelli nel suo cuscino”.

“E qua la lasci?”

“Si, aveva il diavolo in cuore, non andava più in chiesa. E nel Fosso della Paura, nessuno ci guarderà chi ci sta”.

Innocente disse un Eterno riposo a bassa voce, l’uomo piangeva parole sconosciute.

“E mò che fate? State qui per sempre?”, s’informò Innocente abbassando la voce ed accostandosi al fosso.

“Abito sulla Ciuffetta, aspetto che è giorno e vado”.

“Come ti chiami?”

“Merone”.

“Merone vieni appresso a me, che ti porto a casa mia per sta notte”. Innocente era noto per essere burbero, severo, ma generoso più di ogni altro. Che non si dicesse, che da lui non c’era ospitalità cristiana.

Merone si alzò, fece il segno della croce. Senza rispondere seguì Innocente per il sentiero, non si scrollò nemmeno la terra dal mantello logoro. Ciondolò vicino alla mula, copiandone l’andatura oscillante.

Passò neanche mezzora, ormai Corvino era vicina, ad Innocente parve nella foschia di vedere il fumo del suo focolare. Nessuno dei due uomini parlò mai, ma si arrestarono contemporaneamente quando sopraggiunsero sulla biforcazione del sentiero. Dritto per Corvino, a destra per le Screje, a sinistra per la Ruota. La mula proseguì dritta, tanto era abituata, Innocente lasciò che scendesse. Mancavano due curve a casa, non si sarebbe sbagliata.

Ma lui non si risolveva. Ora la neve era più fitta, ma l’aria sembrava calda, immobile e acre. Innocente si voltò verso Merone. L’uomo già lo fissava, con gli occhi umidi e gialli. Indugiarono ancora annusando l’aria.

“Che dici Merò, che odore ti sembra?”

“Olio bruciato”.

“E chi brucia l’olio di notte, nel bosco?”

“Le streghe”, esclamò rapito.

“Ma và”.

Merone non lo ascoltava più, prese per la Ruota, da cui veniva l’odore, sempre più penetrante e vicino. Innocente gli andò dietro, “dovesse spallarsi sto scimunito”. Ma dentro la curiosità gli cresceva come gramigna. Passi lesti, sempre più concitati, senza badare ai rovi, ma magicamente silenziosi e contemporaneamente accorti. Le foglie gialle dei faggi nel fitto nella macchia, facevano da tappeto. Innocente pensò che non si sentiva intorno nemmeno un verso d’animale.

Giunti alla Fonte, l’aria era intrisa d’olio bruciato e di sibili, poi richiami, risate, voci di donne. Innocente e Merone si distesero a pancia in giù dietro il tronco di un albero, che la primavera scorsa era stato abbattuto da un fulmine. Erano sopra alla Pozza, dove la fonte si allarga, circondata da felci e foglie larghe, formando uno stagnetto basso. Giù nell’acqua, sette donne si lavavano. Nude e scalze, si passavano stracci immersi nell’olio caldo sui capelli sciolti.  Sembravano immuni al freddo, allegre e occupate a lucidare le chiome. La loro pelle lattea rifletteva la poca luce lunare, che ormai filtrava tra le nubi cariche di neve. Alcune giocavano ad aprir la bocca con il collo all’insù, per riuscire a mangiare qualche fiocco di neve. Una pettinava quella che pareva la più anziana.

I due uomini sempre nascosti, trattennero il respiro. Innocente smarrito, Merone stupito ma stranamente divertito. Gli occhietti pesti brillavano di desiderio. Ma il sorriso allocco gli morì sul viso, quando le donne si misero in cerchio, si diedero la mano e iniziarono a cantare, con parole incomprensibili. I loro volti erano troppo lontani per essere riconosciuti, ma Innocente era certo di riconoscerne una, la Lonza. Quella sul lato opposto della pozza, alta, con i capelli grigi e il seno un po’ calato per l’età, ma ancora pieno e candido. E poi l’odore che aveva sentito quando si erano incontrati su a Leofara, ne era certo adesso, era proprio quello inconfondibile della Lonza. Non ci aveva mai pensato, ma sì, era olio bruciato. Mentre era assorto in queste considerazioni, come se avesse percepito i suoi pensieri, la Lonza guardò verso di loro e spalancando gli occhi, gridò con tutto il fiato, emise un urlo sovrumano, pungente e lungo, violento, da animale. Poi rise e con lei tutte le altre. Innocente si riscosse. Non era possibile esser visti da laggiù. Guardò di fianco, ma Merone non c’era. “Quello scemo se n’è andato senza chiamare”, pensò. E di corsa più che di fretta, rifece la strada. All’incrocio deserto Merone non c’era. Innocente prese per Corvino, ancora di corsa, seppur con affanno e in cinque minuti fu a casa. Portò la mula alla stalla, poi respirò profondamente due, tre volte, prima di bussare.

La neve già iniziava ad attaccare, si faceva tempesta. La cucina era scaldata dalla brace ancora accesa, i bambini a letto, ‘Milia accanto al tavolo con la cena tenuta calda. Ma non mangiò, Innocente chiamò i cognati, bussando agli altri usci. Ne radunò quattro e con le doppiette, andarono a cercare Merone. Ci vollero due ore, poi si stancarono, la neve era troppa, si dissero “Merone è stato tonto, dalla paura chissà dove è andato”.

Passò la notte e Innocente sognò ripetutamente la scena del fosso, sognò di far l’amore con la Lonza, sognò Merone al Fosso della Paura, che si scavava la fossa da solo e si ricopriva, sognò le streghe sul tetto.

Il mattino dopo la neve aveva cancellato tutto, ogni traccia nel bosco, ogni forma vivente, umana, animale o vegetale. L’inverno stava arrivando prima quell’anno. Innocente uscì appena fu giorno. Sul selciato del cortile, un coppo era caduto dal tetto. Per un attimo Innocente credette di stare ancora sognando, poi scosse la testa e accostò il coppo al muro. Scese alla Fonte, con lo schioppo e con il cane Lampo. La luce argentea del cielo, gli ridiede coraggio. Non trovò che la pozza gelata, intorno tutto intatto. Solo in un angolo dello stagnetto, la neve era più bassa e scura, come se sotto fosse stato acceso un fuoco.

Tornando indietro allungò la strada verso casa e passò a Laturo, dalla vecchia suocera. Era caduta salendo la legna a casa ed ora era a letto, sola con la compagnia della nipote ‘Melia. Forse era una scusa per passeggiare un po’ e chiarirsi le idee, liberare la testa dai sogni della notte passata, dove la realtà si confondeva nella tormenta di neve. Quella quiete lo rinvigorì e gli diede nuovo slancio, magari per cercare ancora un po’ Merone. Tra poco aveva appuntamento con gli altri, per continuare le ricerche.

Per tornare a casa da quella parte però, bisognava attraversare il faggeto, fitto e tagliato da un ruscelletto. Con trenta centimetri di neve non era facile, ma tra qualche giorno sarebbe stata alta più di un metro e per vedere Mamma Giuseppa ci sarebbe voluta la primavera. Restò un po’ al capezzale della vecchia, rassicurò ‘Melia che era solo una ragazzetta e tornò a casa. Le racchette affondavano nella neve farinosa, era una gran fatica camminare, ma era anche divertente lasciare le impronte sui quei tappeti intonsi e soffici.

Sotto Laturo, ormai a due chilometri da Corvino, arrancando in salita, Innocente sentì muovere tra i cespugli. Si gelò. Forse la neve che cadeva dai rami, forse una lepre, forse una strega. “A mezzogiorno una strega? ‘Nocè ti stai a ammattire pure tu?”, pensò ridendo, ma era teso. Ancora il suo corpo, scosso dai fatti della notte precedente, era sensibile ad ogni inconsuetudine. Ma questa volta aveva cane e fucile, andò verso il rumore. Dietro gli arbusti c’era uno spiazzo immacolato di neve fresca, chiuso da un lato da una parete di tufo, in cui si apriva una fenditura grande come una persona, profonda come due. Lì, ancora nero e più secco, trovò Merone. Era avvolto nel mantello, seduto su un mucchietto di neve e si dondolava avanti e indietro.

“Oh matto, che stai a fare?”, disse Innocente contento.

Merone alzò gli occhi, sorridendo con i pochi denti che aveva.

“Ti sei perso stanotte eh? Te la sei fatta addosso per la paura e non c’hai capito più niente?”, scherzava Innocente, ma lo guardava attento. Merone continuava a stare zitto. “Ti sei rimbambito completamente? Più di prima? Dai, andiamo, morto di fame?”, scherzò ancora.

Merone allungò la mano scheletrica, sempre con il sorriso stampato in faccia. “Mai più vengo, mai più”, e gli fece cenno di andare. In un istante Innocente capì e lo lasciò. Quella spelonca divenne l’Eremo di Merone.

Innocente tornò a casa, non raccontò per anni questa storia, se non la parte riguardante Merone. Non parlò più con la Lonza, la evitò, sembrandogli sempre che ovunque si incontrassero, lei lo fissasse con aria di sfida.

Finchè non fu vecchio, ed un pomeriggio d’agosto, camminava in cerca di frescura per il bosco con sua nipote Anna. Scansava le foglie dal loro cammino, con un bastone nodoso, che aveva ricavato da un ramo. Cercava funghi. Era un giorno in cui già viveva in città e Corvino, abbandonato da quasi trent’anni da tutti i suoi abitanti, era un luogo reso mitico dai racconti di chi ci visse.

Innocente ed Anna giunsero alla Pozza. Si sedettero sul bordo del fosso della Ruota e bevendo da una foglia avvolta su se stessa, il nonno chiese alla nipote: “Anna, tu ci credi alle streghe?”, e incominciò.

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