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Cos’è Franja?

I fatti narrati nel mio romanzo, sono liberamente ispirati a eventi storici realmente accaduti. I personaggi, le circostanze, i nomi ed i dialoghi sono peraltro frutto dell’immaginazione e della mia libera espressione artistica. Ogni riferimento a fatti, persone, nomi o luoghi reali deve ritenersi casuale e dipendente unicamente da finalità narrative. Ma Erna esiste davvero e si chiama Franja.

Prime impressioni su Franja

Una foresta fitta e smeraldina, un bosco immobile dall’atmosfera magica. Il silenzio interrotto solo dal frusciare delle ali degli uccelli tra gli alberi. Dopo dieci minuti di passeggiata nella macchia, ecco lo scroscio delle piccole cascate del Pasice, il torrente che solca la gola su cui sorge Franja. Il sentiero si fa più ripido e segue scosceso il letto del fiume. Gradini scolpiti nella roccia, passerelle di legno, ponti sospesi, tutto questo permette il guado del fiume. Procedendo per un altro quarto d’ora sembra che il percorso non abbia mai fine. Invece come d’incanto, le prime baracche dell’ospedale appaiono all’improvviso. Quattordici costruzioni di legno verniciate di verde e grigio, perfettamente mimetizzate con le rocce che le sovrastano e con la vegetazione antistante.

Questo è Franja, l’ospedale partigiano di Cerkno. Visitarlo costa pochi euro. Si può entrare nelle baracche in assoluta libertà e se si è fortunati da non essere in compagnia di altri turisti chiassosi, l’incantesimo è immediato. Giacigli di legno, spartani e scomodi tanto simili a quelli dei lager, rimasti intatti a testimonianza delle condizioni precarie in cui gli operatori dell’ospedale hanno operato più di cinquantenni fa. Eppure basta un giro per rendersi conto delle moderne attrezzature realizzate: camera operatoria, sala raggi, cucine e dormitori. Tutto alimentato da un generatore di corrente installato ai margini del sito. Sembra impossibile, eppure siamo in un bosco. In pochi minuti si perde la cognizione del tempo, ci si lascia affascinare dalle stanze intatte, che conservano al loro interno tutta la mobilia e gli oggetti dell’epoca.

L’infermeria in particolare offre interessante mostra di medicinali, strumenti medici e ingegnose invenzioni create per rendere meno dolorosa la vita dei feriti. Non manca nulla, il campo è perfettamente attrezzato con granai, rifugi sotterranei, dispense per conservare le vettovaglie trasportate da coraggiosi volontari, cantine, bagni. Nell’isolata pace delle baracche si stenta a credere che ci siano invece stati collegamenti sia radio che telefonici con l’esterno, che un tempo nelle casette abbarbicate sulle rupi risuonassero gemiti e grida di dolore, ma anche canti e risate. Si capisce come Franja non fu solo ospedale, ma anche uno dei centri nevralgici della resistenza, punto di snodo di idee politiche, di speranza per la liberazione e l’indipendenza dal giogo nazista.

L’atmosfera è sospesa, come immobile da quel 1945, quando l’ospedale fu abbandonato. Basta così poco per tornare indietro nel tempo. Sedendo accanto alla fontana nello spiazzo centrale, sembra quasi di esserci già stati a Franja e di udire da lontano, la melodia nostalgica di una armonica a bocca.

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