Tales

Quanto è potente un fucile di legno?

La bambina con il fucilino

Una capra da latte, il maiale da macellare, qualche pecora da sacrificare a Pasqua, galline per le uova e conigli allevati con erba selvatica. Corvino era abitata da esseri umani ma anche da una assortita squadra di animali domestici. Per non parlare dei gatti e dei cani. Ma tutti rigorosamente restavano fuori dalle soglie delle case, soprattutto da quella di Innocente. Assolutamente vietato per i suoi figli portare in casa animali, anche fosse stato un passerotto ferito. “La casa è dei cristiani”, diceva, “il bosco delle bestie”. E proprio nel bosco Innocente cercava selvaggina, per variare l’alimentazione sua e dei suoi figli. Le prede preferite erano le lepri, divertenti da cacciare in corsa e i piccioni, buoni per quanto lenti a fuggire. Il massimo del bottino però erano i cinghiali. Il castagneto che sovrastava la Fonte ne era pieno e non di rado sotto le piante, Innocente scorgeva le orme degli animali, seguite dalle impronte piccoline dei cuccioli. E’ noto quanto i cinghiali siano ghiotti di castagne e nei possedimenti di Innocente non era difficile trovarne.

Le battute di caccia avevano modalità differenti a seconda dell’animale cacciato. A volte gli uomini di Corvino uscivano un po’ prima dell’alba e camminavano muti nella foresta in cerca delle prede. Altre volte la caccia era casuale. Passeggiando nella macchia si poteva avere un incontro fortuito, magari con un fagiano. E bisognava essere sempre pronti con un’arma a portata di mano, per non farsi sfuggire l’occasione. Tornare con il carniere pieno, così pesante da doverlo portare con due mani, era raro, ma quando accadeva, bambini e vicini di casa correvano in contro al fortunato cacciatore facendogli festa. Sarebbe stato un mese propizio per tutta la piccola comunità.

Nei suoi giri per la boscaglia, Innocente a volte portava con sé la sua quarta figlia, Franca. I maggiori dovevano aiutare sua moglie ‘Milia con i lavori di casa, ad accudire gli animali e a curare l’orto quando lui non c’era. Le figlie minori erano troppo piccole per andar per boschi. Franca aveva cinque anni, i capelli corti alla maschietto e le ginocchia scoperte sempre sbucciate. Stare all’aria aperta le aveva un po’ scurito il visetto puntuto e sveglio. Non aveva, come i fratelli maggiori, l’impegno della scuola, così passava molto tempo gironzolando per Corvino, facendo piccole commissioni a chiunque ne avesse bisogno. Le piaceva tanto giocare con il cane Lampo, lanciargli i legnetti per vedere se il cane glieli riportava, mentre detestava quando la mamma la mandava a Laturo, dalla nonna Giuseppa. In quel caso doveva attraversare il castagneto per tre chilometri nel buio della selva, seguendo il sentiero a volte nascosto tra gli arbusti, fino ad arrivare al paese della nonna, per portare beni di cui la donna aveva bisogno. Poi tornava indietro correndo, senza il peso del capezzale, a perdifiato tra gli alberi.

Per evitare che la mamma la vedesse in giro senza far nulla e la mandasse a Laturo, Franca cercava di stare più vicina possibile al padre Innocente. Con lui le piaceva dar da mangiare agli animali. Il papà le metteva nelle manine paffute un po’ di fieno e lei allungava le braccia timorosa verso la capretta, che brucava leccandole le dita. Oppure andavano nel frutteto, Innocente sulla scala a pioli raccoglieva la frutta e Franca sotto reggeva il cesto o raccattava la frutta caduta in terra. A lavoro finito era tutta sudata ma così felice di aver aiutato il papà, che era un uomo severo, di poche parole ma fiero e coraggioso. Il massimo della gioia per Franca era quando il padre la portava con lui nella foresta. Andavano alla Ruota a controllare il livello dell’acqua, oppure in paese a Leofara, a comprare zucchero e sale. In questa circostanza, se non aveva combinato guai recenti, Innocente le comprava un cubetto di cioccolata fondente, che Franca mangiava subito lì nel negozio, per timore che una volta giunti a Corvino, avesse dovuto condividerlo con i fratelli e le sorelle.

Era proprio durante le loro incursioni nel bosco che la bambina godeva della bellezza della natura. Quando era sola non alzava nemmeno la testa per paura di vedere animali feroci, invece con il papà si gustava gli odori delle erbe, l’umidità nel cuore della selva che le solleticava le narici e restava rapita dai racconti di Innocente, che per ogni orma aveva una storia da raccontare, un aneddoto di caccia. Nonostante la ferocia delle lotte narrate, Franca si esaltava senza paura. Era lì in mezzo alle sue care montagne, con il suo amato papà e nulla poteva farle del male. Il padre era forte, grande, impavido e soprattutto aveva il fucile, una doppietta lunga con il calcio di legno marrone. Un’arma che conosceva bene, perché la sera, quando Innocente si sedeva accanto al focolare per pulire il suo schioppo, Franca lo fissava ammirata. Era il padre a riscuoterla dal suo intontimento: “Non ti venisse in mente di toccarlo mai! Se poco poco ti vedo anche solo nei paraggi del fucile, ti dò tante cinghiate che ti faccio il culo nero”. Franca sobbalzava e si allontanava in fretta, ma dall’angolino della cucina in cui si rifugiava continuava a guardare il padre e quell’oggetto strano che faceva un rumore che spaventava anche le aquile e sputava lampi mortali.

Una volta Innocente portò con sé Franca verso Laturo. Dovevano portare alla nonna Giuseppa un sacco di farina di polenta, che il genero aveva macinato per lei. Al ritorno verso casa camminavano lesti, per precedere il tramonto. Franca con le gambette corte faticava a tenere il passo con il padre. “Papà aspettami, non ce la faccio, mi fa male il cuoricillo”, sospirava Franca. “Dai Frà, che montanara sei”, le rispondeva il padre senza girarsi né rallentare. Franca spesso correva più forte, per non perderlo di vista, ma quella volta, sopraffatta dalla fatica, si fermò a respirare. Furono pochi secondi, o così le parve, ma sufficienti per restare completamente sola nella radura, circondata da alte querce. Si guardò attorno, il cielo stava scurendosi, in un attimo le piante le sembrarono tutte uguali, le chiome degli alberi compatte come un muro davanti al suo cammino. Girò su se stessa, ma aveva perso l’orientamento. Provò a fare qualche passo in avanti ma il panico la fermò. Quel maledetto bosco, quando era sola, pareva una prigione che le si stringeva intorno. Era paralizzata, fissa sulle gambette tremanti. Iniziò a sudare e battere i denti, a causa del venticello freddo che le asciugava la giacchetta, umida dalla paura. Stava per voltarsi quando sentì un rumore proprio alle sue spalle, rumore di foglie mosse, di rami spezzati e odore di bestia selvatica. Svenire fu il suo primo istinto, abbandonare le poche forze che sentiva in corpo e lasciare che qualsiasi cosa stesse per sbucare dai cespugli l’avesse vinta. Tutto piuttosto che quel terrore. Ma poi un pensiero si fece più prepotente nella sua testolina smarrita. L’idea che se la bestia feroce, che sicuramente stava per assalirla, non l’avesse finita, uccidendola, poi Innocente trovandola mezza morta si sarebbe arrabbiato sul serio, avrebbe perso fiducia in lei, nella sua figlioletta silenziosa come papà, che avrebbe dato qualsiasi cosa per essere maschio, per andare sempre a caccia con lui, per avere la sua approvazione, per essere uguale al padre, degna del suo amore, anche se femmina. Il flusso dei pensieri esplose come una scintilla accanto ad una miccia. Contemporaneamente Franca iniziò a piangere a singhiozzi, a correre in avanti, scansando al volo i tronchi, senza far caso ai rovi che le graffiavano a sangue le gambe e le strappavano i vestiti. Si proteggeva gli occhi con il braccetto magro senza badare alla direzione, correva per la paura, correva per la vita. Le sembrava di non dover smettere mai, di non potere arrendersi, ma la sensazione era che quel bosco non avesse una fine.

Invece finì e Franca andò a sbattere contro Innocente, che non vedendola più era tornato indietro. Il colpo la buttò a terra, dove ormai sfinita si lasciò cadere stesa sulle foglie. Prima di chiudere gli occhi fece in tempo a scorgere tra i rami in alto, un pezzetto di cielo che si faceva viola.

Innocente si caricò la figlia sulle spalle e percorse i pochi metri che li separavano da casa, con quel fagottino inerte addosso. Un mucchietto di ossa che respirava a scatti e si reggeva a stento. Una volta arrivati la adagiò sul letto che divideva con le sorelle maggiori, Rosaria e Olga, lasciandola alle cure della mamma. “Oddio ma che ha fatto la strada in ginocchio?”, chiese ‘Milia al marito. “No, è solo una femminuccia”. Franca sentì quelle parole, serrò gli occhi ancora più forte e finse di dormire per non morire di dolore. Così non vide il sorriso che Innocente e ‘Milia si scambiarono, né la coperta che il padre le posò delicatamente addosso per proteggerla.

Quando si riprese, Franca si fece coraggio e scese le scalette che la portavano dalla stanza da letto alla cucina. Tutta la famiglia era seduta a tavola. Ridevano di qualcosa che raccontava il primogenito Tonino. Quando si avvicinò al tavolo piombò il silenzio. “Che fai non ti siedi?”, le chiese secco Innocente. “No, non c’ho fame”, mentì Franca, “volevo chiedere scusa, ho rotto la giacchetta e i calzoncini, ma stavo per essere mangiata da…”. “Oh Frà”, la interruppe il padre, “l’unico che in quel bosco ti poteva mangiare ero io”. E giù tutti a ridere. Franca corse verso la stanza e sotto la coperta pianse finché il sonno non l’avvinse. Quando tutti, ragazzi e bambini erano ormai a letto, Innocente e ‘Milia davanti al camino sgusciavano i fagioli. Parlarono più del solito, di Franca, del sentiero per Laturo e della necessità di attraversarlo malgrado i fantasmi.

Passò qualche settimana, in cui Franca preferì lavare il bucato al ruscello, pulire i vasi da notte e pelare patate. Fare insomma cose da femmine. Temeva che il padre prima o poi, riprendesse il discorso della corsa nel bosco e che la mamma vedendola con le mani in mano, la mandasse dalla nonna. Finché una mattina, mentre se ne stava seduta sulla soglia di casa ad accarezzare Lampo, Innocente la chiamò dal fondachetto dove teneva gli attrezzi e la legna. “Franchè?”. Un sobbalzo, il cuore che martella in petto, un po’ per timore, un po’ per la sorpresa. “Eccomi papà”.

“Senti, c’è da andare a Laturo, a portare la posta a mamma Giuseppa”.

“Non può andarci Rosaria? Io avevo promesso a zia Minetta di aiutarla a fare il pane”, temporeggiò Franca, quasi balbuziente.

“No, devi andare tu”, perseverò Innocente.

Non voleva litigare con il padre proprio ora che le rivolgeva la parola, dopo giorni in cui l’aveva ignorata. Ma fissandolo negli occhi provò ancora. “Ma zia…”.

“Ho detto no. Tu vai”.

Franca abbassò le difese e gli occhi, “Ma papà io c’ho paura lo sai”, era sul punto di piangere.

“Stavolta ti porti Lampo”.

“Ma se mi scappa?”

“Allora gli spari”, e dicendo così tirò fuori da dietro alla catasta di legna un fucilino di legno, intagliato in un ramo di castagno. Si vedeva che era finto, ma era talmente uguale a quello del padre, che Franca non poté evitarsi di aprire la bocca e sorridere.

“E’ per te”, proseguì Innocente, “così ti puoi difendere e non fare più quelle scene dell’altro giorno. Secondo te ti mando in un posto pericoloso? Pensi che io sia così cattivo?”.

Franca si sentì punta nell’orgoglio, ma era così felice, quello schioppo era così bello. L’aveva fatto suo padre per lei. Aveva dedicato ore a lavorarlo e mentre lo faceva, aveva sicuramente pensato a lei. Stavolta non l’avrebbe deluso. Allungò le mani per prenderlo.

“No, aspetta”, disse Innocente. Tirò fuori una cinta di cuoio e la passò intorno alle spalle della figlia. Prese la misura e tagliò con il coltello che aveva nello stivale all’altezza giusta. Poi inchiodò la tracollina al fucile e lo mise in spalla a Franca.

“Tò vai”, e le porse alcune buste bianche.

Franca con gli occhi scintillanti corse verso la porta del fondachetto. “Grazie papà”, e corse via. Innocente stava già riponendo i chiodi girato di spalle, quando Franca pensò lo stesso, che forse avrebbe potuto abbracciarlo, per quanto era contenta.

Dopo quel giorno Franca divenne il capo della strada nel bosco, in poco tempo, come lei, nessuno la percorreva. Non mancava mai di portare dalle sue camminate, fiori per la mamma o le sorelle. Senza più temere fiere e spiriti. Indugiava nella foresta senza remore, con il suo fucile in spalla. Da quel giorno non lo lasciò più, fedele compagno dei suoi giochi infantili. Finché non traslocarono in città. Il giorno della partenza Innocente la costrinse a lasciare il fucilino lassù, dove le sarebbe servito al ritorno d’estate. Invece probabilmente il giocattolo di legno finì tra la legna da ardere, perché l’estate seguente, quando Franca tornò a Corvino, non lo trovò. Era dispiaciuta, ma ormai non le serviva più, adesso aveva sette anni, adesso era grande e viveva in città. Andar per boschi era solo un piacere, che poteva prendersi nei suoi sogni di bimba.

La storia della bambina con il fucilino di legno non è una leggenda. C’è una foto in bianco e nero, che la ritrae con il suo schioppo a tracolla. E’ in posa accanto al cane Lampo e con i suoi occhi scuri, fissa impavida l’obiettivo. Capelli alla maschietto, calzoncini corti e ginocchia sbucciate.

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