Tales

Com’è cambiato il Natale?

La sorpresa di Natale

Se un lappone si trovasse a passare per Corvino durante l’inverno, si sentirebbe a casa. Oggi forse i mutamenti climatici, hanno un po’ trasformato lo scenario, ma più o meno è tutto uguale a cinquanta anni fa. La neve avvolge le montagne e i boschi da novembre a febbraio, i rami degli abeti ne sono gravati; gli animali rari, quasi tutta la fauna dorme al caldo nelle tane celate fra gli arbusti.

Anche Corvino, dall’esterno, sembrava caduto in letargo. Il borgo appariva come un rudere abbandonato tra la neve alta. Solo il fumo che usciva pallido dai comignoli, tradiva una presenza umana. L’odore della legna bruciata, impregnava l’aria diffondendo nel bosco immobile, un’atmosfera di consolante calore domestico.

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Quell’anno la neve aveva iniziato a scendere discontinua, già dalla fine di ottobre, per farsi tempesta sempre più sovente a novembre. Le attività si erano così ripiegate nelle case, nelle stalle e gli abitanti di Corvino, accantonate le provviste, erano pronti a sostenere i mesi invernali. All’inizio senza badare molto alle quantità, poi, dopo qualche settimana facendo sempre più caso al razionamento delle scorte, nel caso la neve non volesse saperne di sciogliersi. Questi accorgimenti erano indispensabili, perché in quei giorni innevati, era impossibile salire in paese, a Leofara. La neve in alcuni punti era anche alta tre metri. I cavalli avrebbero faticato troppo a salire e poi a scendere carichi.

Ma cose da fare comunque non mancavano. Accudire gli animali, conservare cibi, filare, cucire, riparare, fare tutti quei lavori utili affinché al suo ritorno, la primavera avrebbe potuto trovare il borgo intatto e pronto a sostenere l’estate impegnativa.

Nel frattempo, dicembre era arrivato. La neve non sembrava voler dare tregua. Era più di un mese che nessuno saliva al paese, né qualcuno scendeva a chiedere loro notizie. Il Natale si avvicinava e se fosse stato impossibile raggiungere Leofara, sarebbe stato un Natale assai magro. I bambini in particolare ne parlavano pensierosi, tormentati dall’idea che con il sentiero invaso dalla neve, nemmeno Babbo Natale sarebbe riuscito a raggiungerli. La maestra Leda tentava di rasserenare gli animi, insegnando canzoncine e poesiole natalizie. Le ore occupate facendo lezione ora erano di più, rispetto alla bella stagione ed erano ore lunghe, lente e gremite di malinconia per la signorina Leda. Per i cari che quel Natale non avrebbe rivisto, per le feste vissute tra i monti con gente affabile ma sconosciuta. Senza la messa di mezzanotte, dopo la quale avrebbe rivisto le amiche, senza il torrone, senza il presepe. Cercava comunque di tenere alto il morale dei più piccoli, “Studiate, studiate, che Babbo Natale un modo lo trova per arrivare qui a Corvino. Ma non dategli la delusione di trovare solo asinelli!”, diceva sorridendo.

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Passò l’Immacolata salmodiando un rosario tutti insieme, passò Santa Lucia, facendo il girotondo intorno ad un falò ed arrivò il 20 dicembre, senza notizie, senza certezze, se non che prima o poi la terra avrebbe rifiorito e partorito nuovi frutti. Gli uomini potevano solo aver pazienza. Gli adulti si forse, ma i bambini davvero no. Non si davano ormai pace. Quell’anno era stato deciso con una lettera arrivata ad agosto, che lo zio Davide, divenuto Davìd nei numerosi anni trascorsi negli Stati Uniti, sarebbe sbarcato dall’America proprio per trascorrere il Natale con i suoi nipoti lassù a Corvino. Erano cinque anni che non tornava in Italia, tutti lo aspettavano con letizia, ma non avevano più avuto sue nuove, da quando nessuno era salito a ritirare la posta, ora messa in disparte nel retrobottega di Compare Mario. In realtà l’idea era che Zio Davìd, sbarcato a Napoli, avrebbe risalito gli Appennini fino a Corvino e lungo la strada avrebbe incontrato Babbo Natale, che gli avrebbe consegnato i regali per i bambini di Corvino, “perché lui, così vecchio, di arrivare fin lassù ormai non se la sento più”, testuali parole annunciate nella missiva dallo zio. Ma la neve aveva rovinato i piani. Nessuno dei due visitatori sarebbe passato, nessun bambino avrebbe ricevuto doni. Non che solitamente si ricevessero giocattoli o cose preziose, ma cose nuove e utili, quello si. Omaggi modesti ma di sicuro effetto. Invece il Natale quell’anno sarebbe stato tremendamente triste.

La sera del 21 dicembre, mentre i bimbi fingevano di dormire e invece parlavano sotto le coperte della loro sfortuna, supportati ormai anche dai fratelli maggiori colpiti da tanto sconforto, tanto da dimenticarsi momentaneamente o volontariamente della leggenda di Babbo Natale, gli adulti seduti davanti al camino di Innocente, discutevano apprensivi. “Davìd sa come arrivare quassù, se anche non trova nessuno ad aspettarlo alla stazione in città, farà in modo di farsi accompagnare a Leofara e appena la neve sarà diminuita, scenderà a Corvino”, diceva sicuro Innocente. Gli altri annuivano convinti. La comunità stava facendo il punto della situazione, per le festività ormai alle porte.

“E la messa? Che cristiani siamo se non ascoltiamo la messa di Natale?”, piagnucolava Minetta con il fazzoletto tra le mani.

“Siamo cristiani bloccati dalla neve”, rispose secco il fratello Innocente.

“E mamma Giuseppa?”, chiese piano ‘Milia.

“Ci sono i tuoi cugini che possono aiutarla, se ha bisogno”, sentenziò il marito.

‘Milia non rispose ma il suo sguardo si fece greve, sapeva che era corretto quello che diceva Innocente ma era tanto dispiaciuta di non poter fare gli auguri di Natale alla madre che viveva a Laturo, il paese sulla montagna di fronte a Corvino. Così vicino per un falco, così lontano per un essere umano. Le altre donne la consolarono a bassa voce e gli uomini continuarono a consultarsi, elencando le provviste ancora in loro possesso, decidendo che era abbastanza fino al nuovo anno. I problemi sembravano tutti risolti, tregua dei cuori, quando l’attimo di silenzio che precedeva la buona notte fu interrotto dalla signorina Leda, la maestra, che era rimasta in un angolo a fare l’uncinetto, in apparenza disattenta ai discorsi, ma in realtà molto vigile.

Esordì con “E i bambini?”. Tutti gli occhi ruotarono verso di lei. In particolare quelli di Innocente erano molto espressivi e dicevano “Ci risiamo”.

“Natale è la festa dei piccoli, non ci credo che vogliate liquidare con due parole la questione e vedere il giorno Santo, la delusione dipinta sui visini dei vostri figli” esclamò Leda.

Silenzio tra i presenti, poi le voci si accavallarono. “Ma come si fa, non possiamo andare a Leofara”, “diciamogli che è tutta una fantasia quella di Babbo Natale, così non si fanno più regali”, “boh, non so, ma, chissà”.

Poi Innocente si schiarì la voce: “Lei signorina c’ha la soluzione?”

“Certo”, lo stupì la maestra, “invece di stare qui a fumare, organizziamoci e regaliamo loro un Natale indimenticabile”.

“Sarebbe?”, chiese Donato.

“Sarebbe…” e la signorina Leda iniziò a dirigere i lavori, mentre Innocente si allontanava verso la porta d’ingresso, dando le spalle alla comitiva, che non poté vedere che stava sorridendo.

La vigilia di Natale, eccetto nutrire le bestie, non fu compiuto alcun lavoro. La giornata del digiuno trascorse tra preghiere, canti e racconti intorno al fuoco. La sera, dopo aver mangiato qualche cecio in brodo, i bambini andarono a letto come al solito, solo un po’ più sconsolati. Le calze erano appese lo stesso ai chiodi sopra al focolare, ma la speranza vacillava. Gli adulti restarono alzati, giusto il tempo necessario. Fuori imperversava una tempesta di neve, più rumorosa del solito.

La mattina di Natale, la sveglia la diede ‘Milia. Salì nelle stanzette dei suoi figli e gli tolse le coperte di dosso, lasciandoli infreddoliti a protestare. “Alzatevi, alzatevi, che c’è ‘na sorpresa”. A quelle parole i bambini saltarono giù dal letto, anche i più grandi si incuriosirono. Si misero tutti in fila per scendere dalla scala a pioli che portava di sotto. Ma ‘Milia li fermò indicando la finestra. “Non da qui, ma da lì, quella è la sorpresa” e indicò la finestra.

Tonino, il maggiore dei figli spalancò le imposte e la bocca contemporaneamente. In quasi vent’anni di vita non aveva mai visto una cosa così. La neve lambiva le persiane, a circa cinquanta centimetri dal davanzale. Fuori, all’altezza dei loro occhi, i visi del padre e il sorriso della maestra. “Su”, li riscosse Innocente, “mettetevi scarponi e giacche, oggi si esce dalla finestra”.

I bambini filarono a vestirsi, eccitati e increduli. La notte aveva nevicato così tanto, che la porta d’ingresso era rimasta bloccata dalla neve. Gli adulti, svegliatisi prima, erano usciti dalle finestre e anche per loro era stata una scoperta emozionante. Ad Innocente era già capitato da bambino di assistere a nevicate così abbondanti, ma quella mattina di Natale gli sembrò speciale, di buon auspicio. Corvino bianca come un foglio nuovo, pronto ad essere riscritto con una storia dove tutto poteva accadere.

neve a Corvino

I bambini nel frattempo erano saltati giù dalla camera emettendo gridolini galvanizzati. La maestra li guardava allegra e soddisfatta. Nemmeno nella sua mente creativa poteva immaginare uno scenario tanto singolare, per la sua sorpresa di Natale. I ragazzini giocavano tirandosi palle di neve, ridevano correndo con le gambette nude che spuntavano dagli scarponcini sciupati dall’uso, sotto i cappottini corti. Anche gli adulti ridevano e scherzavano, si baciavano augurandosi buon Natale e i cani annaspavano nella neve, che inghiottiva le loro zampe secche.

Quando orami anche le calze di lana erano zuppe d’acqua, ‘Milia fece rientrare i bambini in casa. “Su a lavarvi, cambiate i vestiti e riscaldatevi davanti al fuoco”. I piccoli, aiutati da Innocente che li prendeva sulle spalle, si arrampicarono sulla finestra e rientrarono in camera. Leda corse in casa passando dalla finestra della sua camera, accanto alla cucina, ma un po’ più in alto, abbastanza da aprirsi, non ostruita dalla neve. Molti la imitarono e la famiglia si ritrovò riunita dopo poco, nella grande cucina buia, perché i vetri erano coperti dalla neve. Sulla tavola imbandita c’era pane ricotta e zucchero, latte con la schiuma e pagnottine dolci decorate con granella colorata. Non si era mai vista una colazione così a Corvino. O piuttosto era il desco dei giorni speciali. Ma i bambini non si affrettarono a mangiare. I loro sguardi interrogativi erano rivolti alle calze appese al camino. Era gonfie, c’era qualcosa dentro. Allora, forse, voleva dire che…

Nuovamente la signorina Leda ruppe l’indugio: “Buon Natale bambini, Babbo Natale è passato lo stesso, perché siete stati molto buoni”. Dicendolo fece un gesto con la mano d’incoraggiamento, perché aprissero i regali. Timorosi, quasi impauriti, si avvicinarono ai sacchetti, fatti di vecchie calze lise. Ognuno prese la sua. La rigirò tra le manine impazienti, ma esitanti. Franchetta diede inizio al rito e gli atri la seguirono.

Arance, noci, cartoline affrancate di posti lontani, figure di donne ritagliate dai giornali, saponette, nastrini colorati, fazzolettini ricamati. Questi furono i preziosi doni di Babbo Natale. Sicuramente qualcuno sarà rimasto deluso, tra i lettori, aspettandosi cose più originali da parte della signorina Leda. Ma certamente non rimasero delusi i bambini di Corvino, che stettero giorni ad ammirare e gustare i regali ricevuti. La maestra leggermente commossa osservava i suoi alunni, che con poco sforzo era riuscita a far felici, convincendo i loro genitori a disfarsi di piccoli oggetti che non usavano più, per farne strenne indimenticabili agli occhi dei bambini. Come memorabile fu quel Natale, passato chiusi in casa a pregare, giocare e cantare. Anche Leda partecipò alla festa, non badando al fatto che non c’era il presepe, ma sentendo lo stesso l’atmosfera natalizia.

E se non ci fu il presepe, i Re Magi non se ne curarono, perché arrivarono lo stesso il giorno dell’Epifania, in groppa a tre cavalli carichi di sporte. Mario, Don Peppe e zio Davìd. Approfittando del fatto che la neve si era un po’ sciolta grazie ai giorni di sole di fine anno, erano scesi a salutare gli abitanti di Corvino e ad accompagnare Davìd, che aveva trascorso le feste a Leofara a casa di Compare Mario. Il prete benedì i presenti e fece recitare delle preghiere, in sostituzione delle celebrazioni mancate. Mario consegnò un pacco di posta e bevve vino cotto per ristorarsi.

Zio Davìd portò i famosi doni di Babbo Natale, che diceva di aver incontrato addirittura sul bastimento che lo portava in Italia. Questo creò non poca confusione nei bambini, che non riuscivano a capire come Babbo Natale avesse lasciato dei regali allo zio, quando poi era riuscito ad arrivare la notte di Natale. Ma questo rimase solo uno dei tanti misteri di Corvino. Davìd distribuì cioccolata, dollari e carezze ai nipoti, acqua di colonia per le donne, sigarini per gli uomini. Rosaria detta Sarò ebbe una sciarpa, Olga i guanti, Tonino una rivista americana che accese in lui di lì a poco il desiderio di partire. Gabriella e Sandra ebbero due libri di fiabe e Franchetta una scatolina di latta, contenente delle figurine che ritraevano le principali città americane. Ci fu un regalo anche per la maestra, un ballo con Davìd quella stessa sera, quando festeggiarono il suo arrivo al suono dell’organetto.

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