Tales

La felicità è un lampo?

Lampo

Una volta al mese, ‘Milia si recava in città a portare il grano da macinare al mulino vicino al torrente Chiaro. Ogni mese consegnava il sacchetto e in cambio riceveva farina e pasta. La moglie del mugnaio, la signora Giulia, preparava la pasta per i clienti. Lunghi maccheroni ruvidi, ottimi con la salsa di pomodoro fresco. A turno le figlie di ‘Milia seguivano la mamma, contente di vedere gente nuova, di visitare la città e uscire dalla quotidianità della montagna. Ma il tragitto era lungo. Una salita verso il villaggio, Leofara, guidando un mulo che portava sulla groppa i sacchi e ‘Milia. L’attesa della corriera di mattino presto. Il viaggio che durava un paio d’ore e la sudata verso il mulino, a piedi, cariche di grano come il mulo, lasciato nella piazza di Leofara, legato ad un gancio vicino alla fontanella sulla piazzetta della chiesa. Dopo pranzo, consumato al sacco in riva al fiume, il cammino si percorreva al contrario. Stanchi ma con la testa piena di spunti e notizie, che bastavano giusto un mese, per occupare i discorsi degli abitanti di Corvino.

Tonino, Rosaria detta Sarò, Olga e Franchetta, si contendevano l’occasione di trascurare le incombenze quotidiane e fuggire in città, al mulino, dove per un’intera giornata si confrontavano con una vita distante non solo chilometri, bensì decenni. Di solito, se non c’erano motivi particolari, malattie che costringevano a letto o punizioni inflitte per guai combinati, a turno i ragazzi andavano al mulino con la mamma. Quel mese di ottobre, ancora mite, era toccato a Franchetta. Tornava già con la mamma lungo la discesa verso casa. Si erano alzate all’alba, erano arrivate in città, avevano riso con la signora Giulia, mangiato pane e salame sedute su una panchina alla stazione attendendo la corriera per tornare a Leofara. Il cielo stava scurendosi, quando iniziarono ad attraversare il bosco. ‘Milia lasciò il posto in groppa al mulo alla figlioletta, troppo piccola per possedere le forze necessarie a concludere tutto il viaggio a piedi. Cullata dal dondolio dell’animale, faceva fatica a tenere aperti gli occhi. Aveva solo cinque anni ma era così determinata nelle sue scelte. Voleva anche lei scendere in città quelle due volte l’anno e fare le esperienze dei suoi fratelli grandi. Ma al ritorno verso casa, non riusciva mai a resistere alla stanchezza. La mamma la lasciava riposare, per svegliarla alla penultima curva prima del borgo. Fu allora che ‘Milia scosse i sacchetti legati alla sella del mulo:

“Frà, Frà, è ora!”. Silenzio. “Oh sveglia!”.

Franchetta sforzò le palpebre pesanti, lasciando che le pupille si abituassero piano alla luce fioca dell’imbrunire. Era quasi il tramonto. La bimba vagava con lo sguardo appannato, fissando ora il ciglio della strada, ora le orecchie del mulo. Stringeva forte le redini per non cadere. Dormiva “in piedi”.

Uno scossone violento la fece sobbalzare. Era ‘Milia. La bambina aprì di colpo gli occhi definitivamente. Doveva scendere di sella e camminare accanto alla madre, altrimenti avrebbero visto tutti che si era stancata così tanto da non poter tornare sulle sue gambe e, accusandola di essere ancora troppo piccola, le sorelle e il fratello avrebbero cercato di farle saltare il suo turno di viaggio in città. Scivolò così dal mulo verso terra. I piedi erano addormentati, la circolazione ci mise un po’ a ripartire regolare. Franca mugugnò. Le pareva di avere delle spine che le trafiggevano le piante dei piedi. Si mise seduta al centro del sentiero.

“Che c’hai mò? Dai che facciamo tardi, so stanca pure io”, disse ‘Milia.

“Oh mà non ce la faccio, ho i piedini addormentati”.

Allora ‘Milia si accovacciò ai piedi della figlia e iniziò con la mano destra, a tracciare dei segni che riproducevano una croce, sopra le scarpine di Franca. Sfiorando solo appena i piedi coperti dalle calzette di lana sferruzzata da Nonna Giuseppa.

“Che fai mà?”

“Dico una preghiera, così ti passa”, rispose la donna.

In realtà facendo in quel modo, con dei piccoli colpetti, riattivava la circolazione della piccola, che in pochi istanti fu in piedi, pronta a ripartire. Ci vollero due minuti ancora di cammino, affinché dalla casa le scorgessero e corressero tutti incontro ad aiutarle a scaricare i pacchetti. Da un po’ le attendevano in cortile, sgranocchiando nocciole sull’uscio di casa.

“Mà, mà, che ci hai portato? C’hai portato la pasta? E qualche dolce no?”. Queste erano le domande che assalivano ‘Milia ogni volta che tornava dalla città. Lei da parte sua, rispondeva a bassa voce col poco fiato che le restava, ricacciando tra i denti parole incomprensibili e affaticate. La carica durava fino al portone di casa. Una volta dentro, la ressa di bambini e ragazzi si dirigeva verso i fagotti, che aprivano e diligentemente ne riponevano il contenuto nello stipite giusto della dispensa.

Era rimasta indietro Franchetta, che camminava piano trascinando i piedi e quasi con gli occhi chiusi. Innocente, il padre, la vide e decise che era un buon momento per impartire una lezione di vita alla piccola di casa. Una bella prova per testare se le esperienze che le permetteva di fare la maturassero o fossero per lei ancora solo giochi.

“Frà!”

Franca sobbalzò piantando lo sguardo sul padre. Che continuò. “Sei stanca?”.

“No, ma che”, riuscì a dire impastando le parole.

“Ah, no perché le pecore sono ancora nel bosco a mangiare le castagne sotto gli alberi. Saranno cinque minuti da casa. Dovresti andare là e chiudere la porta dello steccato che ho costruito per recintare la radura, dopo aver rimesso tutte le pecore. Ho deciso che stanotte le lascio là, tanto ancora non fa freddo.”

Franca restò muta e immobile.

“Che è? Allora sei stanca, non ci vuoi andare?”, decretò Innocente.

“Ma che”, si riscosse la bambina.

E con uno sforzo superiore alle sue piccole forze, si mosse verso il sentiero che portava al castagneto. Erano poche centinaia di metri, una passeggiata da ridere per lei, ma davvero era fuori forma, senza concentrazione. Camminava meccanicamente, attenta solo a scansare i rami che le ostruivano il passaggio. Aveva fatto qualche passo nel fitto del bosco che sentì il sibilo acuto del padre. Innocente si metteva due dita in bocca, tendeva le labbra ed emetteva un fischio lungo e penetrante, autorevole per umani e animali. Inconfondibile richiamo che Franchetta desiderava tanto imparare, ma che il padre non aveva mai voluto insegnarle. Si fermò per ascoltare il suono, era un segnale. Restò in attesa, respirando l’aria tiepida e carica di odori autunnali. Infatti dopo poco fu raggiunta da Lampo, il cagnetto di Franca, che la seguiva sempre in ogni sua avventura. Nel torpore del momento aveva dimenticato di portarlo con sé. Ma ora era contenta che il papà ci avesse pensato e lo avesse mandato da lei.

Nuova immagine

Lampo era fantastico, uno spinone di taglia media, biondo, con i peli lunghetti sempre arruffati e umidi di corse e capriole, il manto carico di spini e foglie intrecciate che lo facevano sembrare un folletto eccentrico. Era sempre al fianco di Franca, ne condivideva i giochi e le escursione. Insieme avevano fatto scoperte fantastiche nella foresta. Ruscelletti nascosti tra il fogliame marcio, tane di lepri e nidi di fagiani. Un mondo segreto che dividevano solo loro. Innocente aveva affidato Lampo a Franchetta due anni prima, quando ancora bimbetta, insisteva per fare le “cose da grandi”. Il cane sarebbe stato una buona guardia per la figlia e la bambina avrebbe imparato ad essere responsabile di un altro essere vivente. Un’altra prova.

Raggiunta Franca sulla stradina, Lampo le si accostò moderando il suo passo a quello della compagna. Ogni volta che erano insieme Franca parlava al suo amico, faceva lunghi discorsi e le sembrava anche che il cane la capisse e perché no, che fosse sempre in procinto di risponderle. Era il solo, lei credeva, che la ascoltasse, l’unico fedele alleato, affezionato. Pensando e fantasticando, ipnotizzata dall’oscillazione della coda di Lampo, arrivò al recinto delle pecore. Una dozzina di bianchi ovini si aggirava nello spiazzo. Brucavano l’erba, masticavano castagne, dormivano in piedi, come Franca.

La bambina fece un rapido conto. Le bestie erano quasi tutte già nel recinto. Mancava qualche pecorella indipendente che brucava più lontana, sul limitare del dirupo scosceso. Lampo si era diretto celere a richiamare le pecorelle smarrite, credibile con il suo abbaiare, un po’ meno con la sua mole, ma comunque ubbidito. Franchetta si era inoltrata nel recinto e con un bastoncino spingeva le pecore su un lato, per farle restringere e creare posto per le compagne in arrivo. Il gregge al completo era nel recinto. Bastarono pochi minuti. Franca fece un ultimo giro tra il gruppo, contando che ci fossero tutte le pecore. Si muoveva lenta mescolandosi agli animali.

“Nove, dieci, undici…”, contava tranquilla e ignara che all’ingresso del recinto, ostruendo quasi interamente l’ingresso, si era piazzato l’ariete. Un montone adulto enorme, con le corna arricciate sul capo e gli occhi iniettati di sangue. Le narici si aprivano e chiudevano ad ogni respiro profondo e minaccioso. Fissava Franca con sfida, costringendola nel piccolo spazio libero tra il gregge e il cancelletto di legno. La bambina percepì la stranezza della situazione, ma non del pericolo incombente. Non poteva sapere che camminando incurante tra le pecore, aveva invaso il territorio del maschio, aveva provocato la sua ira, aveva acceso l’istinto di difesa dell’animale, ora pronto ad attaccare e proteggere il proprio gregge, contro l’intruso.

Lampo fu più sagace, iniziò ad abbaiare come un forsennato, attirando l’attenzione dell’ariete che girò su se stesso mostrando la schiena ricciuta a Franca. Da parte sua la bimba ne approfittò per scavalcare l’animale e superarlo, uscendo dal recinto. Quando si credeva ormai in salvo, vicino a Lampo, il montone si voltò nuovamente verso di lei, caricandola. Il colpo non fu fortissimo, ma deciso e netto, sufficiente a spostare Franchetta di qualche passo, abbastanza per oltrepassare il dirupo e ruzzolare giù nel groviglio di ricci di castagna, rovi e fronde. Il salto era di pochi metri, ma Franca rotolò varie volte sul terreno scosceso, urtando tronchi, senza avere la possibilità di appiglio. La sua corsa finì in fondo al fosso, frenata dal terreno che tornava piano. La bambina restò distesa qualche secondo, riaprì gli occhi che aveva tentato di riparare con il braccio, si guardò intorno. Era sola, era viva. Sentiva solo lontano Lampo che abbaiava e il ringhio si faceva sempre più lontano. Aveva dolori sparsi ovunque ma tutto sommato le sembrava di stare bene, così, lievemente in preda al panico, iniziò subito a risalire il dirupo per tornare allo steccato delle pecore. Giunta quasi in cima, si fermò dietro una felce, per controllare il montone, che se ne stava tranquillo a pascolare nel recinto. Così si fece coraggio, scattò in avanti e con un balzo fu al cancelletto, che chiuse con forza, legando la corda che lo teneva chiuso con uno strattone violento. Poi l’adrenalina finì e Franca si appoggiò a primo albero che incontrò il suo braccetto. Un ginepro. Voltandosi si trovò alle spalle Innocente.

“Oh ma quanto ci metti?” e si fermò come lasciando in sospeso la frase.

Vide le escoriazioni sulla pelle di Franca, le ferite e le foglie tra i capelli corti.

“Che t’è successo stà volta?”.

E camminando vicini verso Corvino, Franca raccontò mesta al padre la sua ennesima peripezia. Era un po’ timorosa, temendo di essere sgridata, ma il papà si limitò ad annuire, conscio che un po’ di colpa ce l’aveva anche lui, per non aver avvertito la figlia di essere cauta, per la presenza del  montone nel gregge. Ruppe così il momento di nervosismo:

“Lampo, Lampo, vieni qua” e gli tese la mano per accarezzarlo tra le orecchie, come piaceva tanto al cane. “Hai visto Frà, t’ha salvato la vita, è venuto a cercarmi per dirmi di te. Ma tanto tu già eri risalita”.

“Lo so è un cane bravissimo, è amico mio e io gli voglio bene, così tanto che ci dormirei insieme”.

“Non ti permettere manco di dirle queste cose. Le bestie sono bestie e i cristiani sono cristiani. Separati e diversi!”, gridò Innocente, che ci teneva molto ogni volta a sottolineare la differenza tra animale e padrone, conoscendo bene i danni che si potevano creare, mescolando i regni naturali.

Franca si zittì offesa, troppo stanca per reagire. E poi già erano davanti casa, dove salutò Lampo con una carezza sul mento barbuto e quando il padre era girato, mandò con la manina un bacio al cane, come ringraziamento per aver chiamato soccorsi. Trascorse tutta la sera stesa sul letto, mentre ‘Milia tentava di estrarre le numerose spine che le si erano conficcate un po’ ovunque nel corpo. Franca col sedere all’aria e le sorelle in lacrime per le risate.

Saranno state le spine, i lividi, lo spavento ma quella notte Franca dormì poco e male. Si sentiva sola in quel lettone, con le sue sorelle profondamente addormentate accanto. Lei nel mezzo, con le mani intrecciate sul petto, fissava supina la macchia di umidità sul soffitto. Le sembrava un montone, un montone minaccioso. Chiudeva gli occhi forte, sperando che non si riaprissero, ma fino all’alba restò in dormiveglia, poi finalmente si addormentò. A svegliarla fu il freddo. Rosaria e Olga si erano già alzate e scansando le coperte non avevano avuto cura di ricoprire i piedi nudi di Franchetta, che sbucavano dall’imbottita fiorita, piena di lana grezza, troppo calda per avere dubbi, sul fatto che i piedi non erano protetti dal suo tepore. Franca non voleva svegliarsi, perché si sentiva ancora molto stanca, ma rizzando il busto sul letto, per sistemarsi la coperta, perse la concentrazione e con essa il sonno profondo. Tanto più che le voci dalla cucina arrivavano così nitide che riaddormentarsi fu impossibile. Allora scivolò fuori dal lettone, cercò le calzette di lana e stropicciandosi gli occhi arrivò al catino, in cui immerse solo la punta delle dita, abbastanza da bagnarle con l’acqua gelida, che passò veloce sugli occhi. Più tardi si sarebbe sciacquata meglio, ora era davvero troppo freddo.

Corvino

Scese anche lei in cucina, trovò le sorelle e la mamma che ammassavano il pane. Si sporse dall’uscio. Il sole non c’era, ma doveva essere più tardi del previsto, perché nel cortile la vita di Corvino ferveva animatamente. Rientrò rabbrividendo. Un pensiero rapido le baluginò nella mente, Lampo! Le parole le uscirono a voce alta involontariamente “Devo dare da mangiare a Lampo, dopo ieri se lo merita”.

“Frena Franchè, c’ha pensato papà”, rispose la madre ‘Milia.

“Ah meno male, oggi ho fatto tardi e non me ne sono accorta”, sospirò la bambina.

“Mangia e vestiti con calma, poi và da zia Minetta che ha bisogno di aiuto per curare le castagne”, continuò ‘Milia.

Franca fece tutto lentamente, assopita e sedata, dalla notte tormentata appena trascorsa. Quando fu pronta si diresse sull’uscio per dirigersi dalla zia. Fuori il latrato acuto di Lampo la chiamava. Tentennò ancora un po’, incerta se mangiare un’altra fettina di pane avanzata e lasciata sul tavolo incustodita. Decise che ne avrebbe mangiata metà. Tornò sui suoi passi verso il tavolino, staccò un po’ di mollica con poca crosta, masticò ritmicamente e si sentì quasi più energica. Fuori Lampo guaiva ancora. Franca non vedeva l’ora di giocarci un po’, dopo l’evento della sera prima si sentiva ancora più legata al suo amico peloso. Era dispiaciuta che il divertimento dovesse aspettare la messa in ammollo delle castagne.

Uscendo di casa una folata di vento autunnale particolarmente rigido le fece portare le manine alla giacchetta, che strinse a sé nel tentativo spontaneo di ripararsi. Ma inutilmente. Ciò che vide la gelò. Innocente era curvo, poggiato su un ginocchio flesso, al capezzale di Lampo, che non abbaiava più. Dalla sua bocca digrignata usciva solo uno strano gemito commovente. Franca rimase rigida, dritta nella sua giacchetta stretta, che non avrebbe mai potuto scaldarla contro il freddo che l’aveva invasa così rapidamente. Come una raffica di tramontana prematura, che sleale era sopraggiunta in anticipo sui tempi, lasciandola indifesa, lasciandola inerme davanti alla potenza della natura.

Solo lo sguardo di Innocente la scosse. Il padre fissò Franca con occhi intensi, colmi di pena, che catturarono quelli della bimba, invitandola ad avvicinarsi. Franca arrivò accanto a Lampo, quando il cagnetto era ormai paralizzato a terra, con la bava alla bocca e la lingua penzoloni tra i canini aguzzi. Respirava ansante ma per un attimo, quando la padroncina gli passò dinanzi, sembrò trattenere il fiato. La fissò con gli occhi bagnati, tristi, che imploravano aiuto. Sul nasino nero un rigonfiamento arrossato.

Poi ci fu uno spasmo d’angoscia e per Lampo non fu possibile sentire la carezza che Franca gli faceva tra le orecchie, come piaceva tanto a lui.

“Mi dispiace”, furono le parole che Franchetta volle ignorare, ma tornarono decise. “Mi dispiace, un’ape l’ha punto sul naso, lui voleva giocarci”.

“Lo so, è sempre stato un giocherellone”, lo interruppe Franca. Poi corse via con gli occhi bassi, andò verso casa della zia, con la prontezza di spirito dettata dal dovere. Ma sotto il ballatoio si fermò, appoggiando una mano alla ringhiera chinò il capo fino alle ginocchia e vomitò. Rigurgitò la delusione, la tensione, il freddo. Ricacciò fuori le corse, le risate e le capriole in mezzo al fieno. Poi pianse forte, lavando via l’immagine di Lampo morto e sostituendola con quella di Lampo forte, che la salvava dal montone. E questa cosa le fece tanto male. Si sentì così ferita che il dolore le fece piegare le gambe e finì di piangere con la fronte poggiata sulle ginocchia, seduta su una roccia ruvida, uno di quelle su cui Lampo amava grattarsi.

I “se solo avessi, se io, se non” si ammassarono nella testa di Franchetta per tutto il giorno, lasciandola inappetente. Un fantasmino che seguiva la vita di Corvino, appollaiata su un sasso, come un avvoltoio dal ramo. Innocente chiese a tutti di lasciarla sola, “è il suo primo lutto”, spiegò. E si occupò di seppellire il cane lontano nel bosco. Ma subito dopo fece la festa al montone. Il più atavico istinto, che dalla preistoria aveva attraversato le ere, non aveva subito evoluzione nel dna della razza montana. Era giunto intatto ad Innocente come un monito perpetuo. Difendere il branco contro il nemico, proteggere i cuccioli ad ogni costo, pagando con il sangue.

Quando si stava facendo buio Franca rientrò in casa, automa in miniatura, eseguì le azioni solite che la portarono nel lettone, tra Olga e Rosaria, felice al contrario della sera precedente, che le sorelle dormissero senza badare a lei, che continuò il suo pianto silenzioso, mordendo il lenzuolo.

Se è vero che il tempo sana le ferite, quell’inverno fu abile a mettere cerotti che nascondevano profonde cicatrici, di quelle sottili ma intime, che bruciano ogni volta che cambia il tempo. La primavera scoppiò a Corvino immancabile e Franca riprese i suoi giochi consueti all’aperto, in compagnia di Leone, il pastore abruzzese che da quell’anno badava al gregge. Ma il cane era più grande di Lampo, meno disponibile agli scherzi, lontano dall’affetto tenero che l’animale scomparso donava. Era pur sempre una nuova avventura.

La settimana dopo Pasqua Innocente portò Franca nel bosco, camminarono quasi un’ora in direzione della Ciuffetta, una sorta di terrazza naturale, cinta da querce secolari, affacciate sulla valle del torrente Rocca. In prossimità del luogo, Innocente si fermò al centro della radura, e si sedette sulla radice erta di una quercia. Tirò fuori il serramanico e sbucciò una mela che aveva nella bisaccia. Franca lo guardava ammirata come al solito. E il padre non la deluse. Indicò con un cenno della testa una piantina di primule. “Belle”, esclamò la bimba.

“E’ qui che ho portato Lampo”, le disse il padre secco.

“Sono contenta”, lo sorprese la figlia sorridendo. Poi seguitò, “è qui che l’avrei portato anche io”.

Innocente le porse uno spicchio di mela, che la bambina accettò grata. Poi il papà si alzò e si incamminò verso il margine della Ciuffetta, là dove il querceto apriva il sipario sulla vallata. Avvicinò le dita alla bocca e fischiò, fischiò come solo lui sapeva fare e come Franca adorava ascoltare rapita.

Poi prese indice e medio della figlia e le accostò alle labbra, mimò il modo in cui doveva arcuarle e le disse di soffiare. Franca obbedì. Nulla, nessun suono. Ma Innocente ebbe pazienza, continuò finché Franca non emise un fischio, il primo di una lunga serie di richiami giocosi che ogni volta le strappavano un sorriso, incontenibile segno che stava mandando un segnale nell’aria. Un saluto fraterno verso il cielo che si perdeva nel vento, rimbalzava sui fianchi delle montagne, libero di correre tra i boschi e rincorrere la felicità, in un lampo.

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