Tales

L’incantesimo del vino: è solo magia?

L’incantesimo del vino

A Corvino erano sempre successe cose strane. La magia era parte integrante del paesaggio, come gli alberi e i monti. Così come ne avevano diritto gli abitanti, anche la magia alitava libera nel borgo, portata dagli spiriti del bosco e dai venti del Nord. Chi viveva a Corvino era consapevole degli incantesimi e dei misteri della foresta e ci conviveva cauta ma tranquilla, certa che non disturbando le forze della natura, non sarebbe successo niente di male agli esseri umani. Certo qualche volta sbadatamente si attivava un sortilegio inconsapevolmente, come quella volta che ‘Milia aveva ammucchiato delle pietre a mò di piramide al centro di una radura. Così facendo aveva invocato filmini e tempesta. Ma era bastato un calcio di Innocente al mucchio di ciottoli, affinché il prodigio terminasse. Nelle valli intorno si diceva che Leofara e Corvino fossero luoghi magici pieni di spiriti, perché secoli addietro la peste vi aveva ucciso decine di donne e bambini, sepolti successivamente tutti insieme in una fossa. Per quietare le loro anime tormentate che infestavano l’aria, gli abitanti del posto avevano deciso di erigere una chiesa sui loro corpi, per dargli pace e perché di un luogo sacro c’era ormai bisogno, dato che per assistere ad una funzione religiosa i fedeli dovevano percorrere ogni domenica chilometri e chilometri fino a Valle Quinta. Da allora sulla piazza di Leofara sorgeva una chiesetta di pietra, alla cui costruzione avevano contribuito tutti, concorrendo all’armonia tra vivi e morti. Non c’erano stati più segni occulti da allora, eccetto quando la Lonza invocava qualche maleficio. Che la Lonza fosse una donna strana era risaputo e dato certo, meno sicuro era che fosse una strega, ma si sa, le dicerie hanno radici salde.

In quel periodo però, a Corvino ricominciarono ad accadere fatti assai strani. Tante cose e tutte inspiegabili, legate da una catena di sventura, che aveva colpito la casa di Innocente. Un evento dietro l’altro di insolita negatività. Tutto ebbe inizio il giorno in cui Franca, la piccola di casa, aveva portato la capretta da latte a pascolare. L’animale era stato appena acquistato da Innocente, poiché la primavera scorsa, la capra che avevano era stata avvelenata da un morso di vipera. Questa volta Franchetta accompagnò la capretta nel prato sotto il noce prima del tramonto e la lasciò brucare per un’oretta, poi le legò la corda attorno al collo e la riportò nella stalla. Non era ancora buio che Innocente tornando dall’ovile diede l’infausta notizia. La capra era scoppiata. Gli era letteralmente esploso lo stomaco, gonfio all’inverosimile. Aveva iniziato a rimettere bile verde ed era poi stramazzata al suolo. La famiglia intera rimase basita, Innocente più che seccato, perché doveva nuovamente contrattare l’acquisto di una capra, indispensabile per garantire latte ai suoi figli. Franca si sentì in colpa e restò zitta in un angolo tutta sera, per evitare di attirare su di sé attenzione ed eventuali nessi con l’accaduto. Era realmente costernata che iniziò a fantasticare sulle cause dell’accaduto, finché giunse alla conclusione che qualche spiritello avesse costretto la capra a mangiare troppo fino a scoppiare. Ma lei come aveva fatto a non accorgersene? Si era distratta solo un attimo per raccogliere qualche mora. Eppure era stato sufficiente. La sua testa fu invasa da queste e altre congetture magiche, come erano soliti fare gli abitanti di Corvino, soprattutto le donne anziane quando accadevano fatti in apparenza inspiegabili, ricorrendo al soprannaturale per semplificare la vita e continuare a viverla prendendo ciò che essa riservava senza troppi se e ma. Per accettare con egual fede il bene e il male che il cielo avesse mandato. Comunque Morfeo infine accolse Franca tra le sue braccia, senza che la bambina pensasse all’erba medica, alle sue proprietà curative, agli effetti collaterali e a quanta ne cresceva sotto il noce. Niente a che fare con lo spiritello.

Pochi giorni dopo però accadde qualcosa che aveva una spiegazione meno logica. Una mucca fu trovata morta al pascolo, stecchita con gli occhi ancora aperti. Innocente aiutato dai fratelli, si affrettò a scavare una buca molto profonda nel fitto della foresta, dove non andavano quasi mai. Poi riempirono la fossa di cemento e vi gettarono dentro la mucca. Isolando per sempre gli effluvi insani che il corpo in putrefazione avrebbe esalato, mettendo in pericolo le loro stesse vite. La causa del decesso non si seppe mai. Fu chiaro invece che Leone, il pastore abruzzese che badava alle pecore, era malato di rabbia. A qualche settimana dalla mucca, Innocente dovette provvedere anche a lui. Lo portò nel bosco e sparò un colpo secco in mezzo agli occhi. Anche Leone ebbe la sua tomba ermeticamente sigillata. In una comunità semiautoctona di circa trenta persone, non si poteva correre il rischio di far scoppiare un’epidemia. Nessuno sarebbe sopravvissuto. Così c’era poco spazio per gli scrupoli, soprattutto se a farne le spese erano solo animali. E poi quando Innocente aveva visto il cane giocare con le figlie piccole Sandra e Gabriella, che cercavano di salirgli in groppa, mentre Leone schiumava dalla bocca, il sintomo gli era sembrato inequivocabile. Rabbia. Ed intervenne.

Franca era da sempre molto amante degli animali domestici, in particolare dei cani, di cui era la paladina, così la morte di Leone fu un altro motivo di profonde riflessioni nella sua mente di bimba. Lo spunto finale per giungere a conclusione, glielo diede la zia Pierina. La domenica dopo la morte del cane, tornava dalla messa con le sorelle Rosaria e Olga e la madre ‘Milia. Giunte fuori dal paese, deviarono per il Pizzo, per passare a trovare la cognata di ‘Milia, Pierina. La donna aveva partorito da poche settimane il settimo figlio, Settimio appunto. Arrivarono alla casa di Pierina e trovarono il marito Pasquale, che con l’aiuto del primogenito Ventura,  costruiva una stanza in più all’edificio. Aggiungevano pietre e malta, alzando un muro adiacente a quello della cucina.

“Compare Pasquà, a lavorare anche di domenica?”, disse ‘Milia salutandolo con la mano.

“Comare ‘Milia la famiglia cresce ci vuole spazio, mica siamo come le galline che dormono attaccate”, sorrise Pasquale.

‘Milia con le figlie proseguì verso la porta d’ingresso della casa, la trovarono accostata. ‘Milia bussò e chiese permesso, entrando nella cucina buia e fresca di Pierina. La sorella di Innocente era seduta su un seggiolone di legno foderato di cuscini e stava allattando Settimio, l’ultimo arrivato. Attorno a lei i figli Annetta, Sestino e Fiora la osservavano in silenzio religioso, con il musetto all’insù e gli occhi adoranti sul fratellino. Era un neonato di aspetto così sano e robusto. Cicciottello, con le guance rosse, rigate di latte, che gli sgorgava a sottili rigagnoli dalla boccuccia famelica, che succhiava senza darsi respiro.

‘Milia si sedette sulla sedia impagliata davanti a Pierina, Fiora le lasciò il posto e si avvicinò alle cugine Rosaria, Olga e Franca. Stettero tutte in silenzio poi quando l’allattamento finì Piera mise su il caffè, lasciando il pupo nella cesta dove restò addormentato e beato. Sommessamente le due donne iniziarono lo scambio di notizie settimanale, i pettegolezzi e le risate a bocca chiusa, sorseggiando il caffè nero. Le ragazze dall’altro lato del tavolino, parlavano delle nozze che si erano celebrate la settimana passata a Leofara. Commentavano l’abito della sposa particolarmente sfarzoso, proveniente come chi lo indossava dalla città. Una ragazza delicata e di pelle candida salita in montagna per amore, certo non dell’uomo che sposava ma dei genitori che glielo avevano presentato.

L’unica poco interessata ai pizzi e alle trine era Franchetta, che apparentemente ascoltava i discorsi delle sorelle e delle cugine, ma in realtà era intenta ad ascoltare la zia, che parlava della Lonza. La zia Pierina raccontava che la prima volta che era scesa in paese con Settimio, aveva incontrato la funesta donna, fissa con i piedi larghi sull’uscio di casa. L’aveva fissata mentre passava con il figlio stretto tra le braccia, che goffamente Piera aveva cercato di coprire con le fasce. Ma guarda caso la sera il bimbo era stato molto male, aveva pianto sempre, in preda a un invisibile fastidio, non aveva voluto mangiare e la notte le aveva dato il tormento restando sveglio e piagnucoloso.

“Sicuramente m’ha gettato l’invidia, quella diavola gelosa”, sentenziò sicura Piera. ‘Milia annuì. La Lonza non faceva altro che augurare il male alla gente del villaggio e quando c’era lei nei paraggi succedevano solo cose spiacevoli. Franchetta ascoltava e la sua mente lavorava fervida, inoltrandosi in meandri che nemmeno lei credeva di poter raggiungere. Restò così per mezz’ora, poi la mamma si alzò, salutarono la zia e le cuginette e si avviarono sul sentiero per Corvino. Pensieri strani non abbandonarono mai la bambina per tutto il cammino, a pranzo, nel pomeriggio e la sera, pensava solo che doveva trovare una soluzione, perché dentro di lei si faceva strada sempre più prepotente una convinzione, dietro tutti i funesti fatti recenti c’era di certo la tremenda Lonza.

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La suggestione fece il resto e quando si coricò le fu impossibile scacciare le immagini lugubri che le si affollavano in testa. Gli occhi della Lonza, le parve persino di sentire l’odore di olio bruciato della strega, la zia Pierina che piangeva, gli spiriti della foresta. Ebbe incubi talmente vividi che a svegliarla fu un sobbalzo di terrore, quando sognò che zia Grazietta, la sua prozia, uscita dalla cornice posta sul davanzale della credenza della cucina, era salita in camera e con lo scialle nero sul capo che le copriva anche il volto cereo, si era messa a tirarle i piedini freddi fuori dalla coperta. Invece era Rosaria che la svegliava perché era ora di alzarsi. La sorella restò male quando Franca aprì gli occhi gridando e si mise a piangere. Credette di essere lei la causa del capriccio della sorellina.

Qualcosa doveva ancora accadere però. Il pomeriggio di quello stesso giorno, il mulo bianco impazzì di colpo. Franca se ne stava seduta sotto il fico a gustarne i frutti appena colti, quando l’animale la puntò con gli occhi crudeli, ragliando come posseduto. In pochi secondi, il mite compagno delle loro camminate, si scagliò su di lei tentando di morderla e di strapparle i frutti dalle mani. Innocente, come sempre pronto, intervenne e senza esitazione scagliò l’ascia sull’animale, che cadde a terra con gli occhi sbarrati e l’accetta piantata in mezzo alla fronte. Inutile dire che a Franca sembrò di morire per la paura. Malgrado le molte avventure vissute, non si era ancora assuefatta allo spavento che ogni volta la travolgeva. Il padre le aveva salvato la vita per l’ennesima volta, ne era grata, ma bisognava porre fine a quella catena di eventi minacciosi, qualcuno doveva rompere l’incantesimo. Quel qualcuno decise coraggiosamente sarebbe stata lei. Lo decise due giorni dopo, quando Innocente si approssimava a salire a Leofara, per rifornirsi di vino novello.

“Papà, papà portami con te”, gridò correndogli incontro.

“Frà tanto vado e torno, resta ad aiutare mamma”, rispose il padre.

“Ma papà non bisogno di compagnia? E poi voglio ringraziarti per l’altro giorno, quando mi hai salvata dal mulo matto”, asserì la bimba.

“Va bene”, tagliò secco Innocente, lasciando Franca piacevolmente sorpresa, perché era pronta già ad insistere per convincere il padre.

Innocente invece aveva inteso che sotto la cantilena della bambina, ci doveva essere un proposito chiaro. Ormai capiva al volo quella figlioletta, come conosceva bene il tempo osservando le sue montagne che riflettevano la luce del sole. Non volle sapere altro, ma curioso le concesse di accompagnarlo. Quando Franca insisteva tanto non c’era modo di farle cambiare idea, era tenace di carattere, era testarda. Innocente lo sapeva bene perché Franca era come lui.

Partirono. Una figura massiccia anche se non molto alta, ma ferma come roccia bruna. Una figurina imprecisa, con i contorni ancora incerti, eppure altrettanto limpida. Arrivati a Leofara, Innocente si recò alla cantina. Il mercato del vino in paese era gestito proprio dalla Lonza, che si faceva portare il vino dalla città da certi osti che salivano in montagna una volta al mese. Franca sentendo parlare il padre di vino aveva pensato subito che sarebbe andato dalla Lonza. Era così che le era balenato alla mente l’unico modo per spezzare il maleficio. Affrontare chi lo aveva lanciato, per liberare Corvino dalla sua perniciosa negatività. Era salita in paese abbastanza tranquilla, forte di una ingenua inconsapevolezza. Ma ora, davanti alla Lonza in persona, l’impavida intraprendenza di Franca, si era trasformata in ubbidiente vicinanza alla mole paterna, dietro cui ripararsi dagli sguardi penetranti della donna. Entrarono dalla porta principale della casa, poi furono scortati nella cantina, qualche metro sotto il piano terra, da cui si accedeva tramite una scala di pietra liscia, dove quattro botti enormi contenevano altrettanti tipi di vino. Innocente era lì per il novello.

La Lonza si apprestò a riempire i fischi da dieci litri portati da Innocente. Si muoveva lenta e melliflua, con quel suo odore penetrante di olio bruciato. Spiava Innocente da sotto le ciglia folte, gli lanciava occhiate languide ed eloquenti. Innocente parve non accorgersene o forse volle ignorarla volutamente. Imbarazzato più dalla presenza della figlioletta, che dalle moine della donna, di cui conosceva bene ormai la scaltra malizia.

Ci volle poco per terminare di spillare il vino. Franca era rimasta tutto il tempo zitta, a guardare ora la Lonza ora il padre. Quando il lavoro fu fatto Innocente portò i bottiglioni di sopra, davanti all’uscio da cui erano entrati. Franca restò sola con la donna. Ne avvertiva la presenza dietro le spallucce secche. Poteva essere un buon momento per parlarle e convincerla a non fare più malefici ai suoi cari. Ma la scena le parve assurda. Tremò di paura, le venne la pelle d’oca, a causa dell’umidità che quella cantina fredda procurava. Mentre Innocente si apprestava a portare su l’ultimo fiasco, la Lonza toccò Franca su una spalla e la bambina sorpresa nel confortevole riparo dei suoi pensieri, lanciò un gridolino di spavento.

“Ti faccio paura vero?”, la provocò la Lonza, con gli occhi spalancati.

“No”, balbettò la bambina, che non riusciva a staccare lo sguardo dalle pupille scure della sua interlocutrice.

“Ah no? Allora fermami, mi vado a prendere tuo padre” e salì veloce su per le scale viscide, reggendosi le gonne fruscianti.

Franca sbarrò gli occhi. Non credeva realmente di aver sentito quelle parole. Ma bastarono pochi secondi per accorgersi che erano vere, quando udì venire da sopra, la risata roca e sfacciata della Lonza.

Corse in avanti verso le scale, con il viso basso. Il sangue le affiorava alle gote, la fronte madida di sudore. Ma all’ultimo gradino si bloccò. Tornò in dietro lesta alla cantina. Rifece le scale a balzi. Giunta di sotto si avvicinò alla botte più vicina e ne aprì il rubinetto da cui usciva il vino. Il liquido rosso rubino iniziò a scorrere sul pavimento. Ne aprì un altro e un altro ancora. Quando il vino sul pavimento le parve abbastanza, richiuse le botti. Risalì di nuovo, madida di sudore, completamente sconvolta dal suo stesso gesto. Ma riuscì a sorridere, vedendo il padre solo che l’attendeva davanti alla porta.

“Ma che stavi a fà si può sapere? Da mò che ti aspetto?”

“Niente pà scusa, pensavo non avessi finito di parlare con la Lonza”, mentì Franca.

“Ma che, quella se n’è andata verso l’orto. Quando vede che non le do spago, s’offende la strega”, sorrise Innocente. Mostrando una fila di denti bianchi e dritti.

Franca sorrise con lui. L’adrenalina stava scemando, ma il suo corpicino ancora fremeva per l’accaduto. D’istinto, un dispetto e la Lonza avrebbe riavuto ciò che meritava. La sua impenetrabilità era stata scalfita. L’aura di intoccabile era svanita. La sensazione che qualcosa si era sciolto assalì la bambina. Ma fece forza sui pensieri e per una volta almeno li scacciò decisa a gustarsi solo la passeggiata.

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Ridiscesero verso Corvino accanto al mulo carico di otri, che oscillavano sui fianchi dell’animale ad ogni passo. Innocente fischiettava allegro, riproducendo i versi degli uccelli. Franca rideva felice. Ora ne era certa. Davanti a loro il più bel segno che l’incantesimo era spezzato. Sullo sfondo della Montagna dei Fiori incendiata dal tramonto, un’aquila reale volteggiava leggera, con le sue ali dorate dal sole, tracciando nell’aria tersa di ottobre dei cerchi invisibili e ipnotici. Franca si arrestò a guardarla incantata. Erano quasi alla fine del sentiero che portava a casa. Innocente prese inaspettatamente la figlia sulle spalle, la issò alta a cavalcioni e tenendola per le manine continuò la discesa. Le loro risate si confusero nel crepuscolo arancione, che presto si sarebbe fatto violetto. Ad un tratto, davanti ai loro occhi apparve Corvino, annunciato dai fili di fumo argentati, che sicuri salivano alti nel cielo. A Franca si riempì il cuore di gioia. Era a casa. Nelle sue fantasie di bambina, la casa era salva per sempre. Corvino appariva da lassù come una gemma brillante nel mezzo del bosco, che rifletteva la luce delle stelle celesti.

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