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MEJA – Raccontare un confine

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In questi mesi di promozione del romanzo, mi sono state sollevate domande di natura politica. Ho sempre precisato che l’intento del libro non è politico, ma come non trattare certe tematiche, seppur superficialmente, quando si parla di confine? Quando si racconta una storia che nasce e si sviluppa a cavallo di una linea immaginaria? Quando la verità e la colpa stanno di qua e di là della cortina?

Le radici del conflitto risalgono a tempi lontani, nel vasto Impero d’Austria, multietnico per antonomasia ma non ancora pervaso di rivalità e scontri, non ancora permeato dall’irredentismo dell’Italia unita, che non è solo moto di liberazione, ma anche sforzo di conquista. E se poi la lotta ha visto popolo contro popolo, all’inizio non fu difficile vedere italiano contro popoli che in quelle terre annesse, vivevano da sempre.

Sarebbe un grave errore, un’ingenuità spicciola giudicare senza conoscere e analizzare bene la storia, tutta la storia, partendo dall’inizio. Puntare la luce sulla verità spartisce la colpa, senza però rendere i protagonisti meno colpevoli, li rende solo più umani e più decifrabili nelle loro azioni talvolta deprecabili. Parole come “vittoria mutilata”, fanno pensare tanto a vendetta. Il nodo, credo, risieda nei diritti, diritti nazionali, diritti umani, che come tali rendono tutti uguali senza troppa necessità di differenze identitarie, capaci di convivere ignirando il meja.

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